Testi e poesie sono tutelati dai diritti d'autore. ©
EleonoraRuffoGiordani
Il mio Blog è dedicato
all'Insigne Persona del Prof. Antonio Gallotta
Cavaliere Ufficiale al merito della Repubblica già Sindaco di EBOLI e ivi Preside del Liceo Classico“E. Peritoâ€




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Giovanna Mulas




Cliccare-Renzo Montagnoli


Audio-cliccare per ascoltare-"Abbà"

Sono…
Sono lacrima
che riga il Tuo Volto.
Ricordo
vive
nelle sorgenti della Vita,
voce
suscita
pianto dal profondo.
Immagine di attimi
intensi
al chiaro di luna.
Sono preghiera
che spera,
lode
per l' Eterno Amore.
© Eleonora Ruffo Giordani

Audio-Cliccare per ascoltare-"Concerto De Aranjuez"Cortazar

PAGINA DEDICATA
ALLA POETESSA ARGENTINA
MARTA ROLDAN
(Carmiña Candido Daverio )
http://www.friulinelweb.it/unmododidire/
http://amerilatina.pages.web.com/id234.html
http://www.paolofilippi.net/note.htm
isla_negra.zoomblog.com/archivo/2006/05/13
http://www.friulinelweb.it/unmododidire/eventi.html
CURRICULUM VITAE
LAUREA E CORSI:
LAVORI:
1)Traduzioni dallo Portoghese allo spagnolo e viceversa.
2)Collaborazione con Grupobuho.com, sito web letterario spagnolo.
3)Traduzioni dallo italiano allo spagnolo e viceversa.
4)Insegnate di spagnolo nella Biblioteca di Codroipo.
Conferenze e letture di poesie.
Organizzazione di eventi culturali.
E-mail: fama@enterinformatica.com.ar
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Site: www.enterinformatica.com.ar/crearparaleer
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LE SUE POESIE
Autoritratto.
Non sono quella che ho perso nel percorso
per avere preso erronee decisione.
Non sono la professoressa,
la modella,
non sono la madre dei miei dodici figli.
Ho perso la bellezza interiore
e l'esteriore si deteriora con gli anni.
Ho perso l'opportunità di conoscerti
e anche quella di essere la preferita del magnate.
Non sono stata suora
nemmeno rivoluzionaria.
Non riesco a cambiare il mondo
e porto soltanto nelle tasche
il potere magico della parola.
Ho perso la mia amica.
Ho perso la perfezione,
l'intelligenza
e il Protocollo m'aspetta da ormai tre anni
nell'angolo de "La Favorita".
Ho perso il giudizio.
Gli aghi del mio orientamento
non riconoscono il nord.
Non sono stata Alfonsina
né Borges.
Vi prego ditemi dov'è Marta.
Penso che vorresti
che io diventassi un cubetto di ghiaccio
cosi,
piccolina,
smetterei d'importunarti.
Penso che vorresti
che rimanessi muta
oppure senza parole
cosi smetterei di parlarti,
d'esprimere sentimenti
e anche di pensare.
Sarebbe tanto facile.
Non sente,
non parla,
non esiste,
non vive.
La donna perfetta!
Verdi di fine giugno:
Vedere verde
Toccare verde
Amare in verde scuro
Cammino questo percorso ricordandoti
L'erba
le chiome degli alberi
Un campo spunta in soia
uno in mais
uno in viti
Porto una foglia d'olivo nella mano
carezzandola
per sentire la tua pelle nella sua testura
e vedere su di lei
i tuoi occhi riflessi.
DONNA:
Ninfa umida d'acqua dolce.
Musa dei poeti innamorati.
Regina dell'ufficio e della casa.
Dea dell'amore dentro il letto.
Sirena del mare d'anime e lacrime.
Guerriera inesausta se ti toccano i diritti.
Colosso delle isole con tanto di muri e tetti.
Super Mamma, la più grande fra tutti i super eroi.
Né la costola né il fango ti resero perfetta,
ma raggiungi la perfezione quando ritrovi te stessa.
Io in primavera:
Oggi non mi piaccio.
E tu potresti dirmi:
"I tuoi capelli sono come i papaveri al vento,
la tua pelle è più candida
delle nuvole d'estate".
Ma siamo in primavera,
non fa freddo nè caldo
e io in questi giorni
non mi piaccio.
Osserva questo giorno
dipinto di grigio.
Non mi viene in mente
una parola
più bella di bacio.
Un bacio goduto
molto lentamente
che ricorda,
malinconicamente,
le nuvole grigie
che dipingono il cielo
e mi fanno pensare
a un bacio
e poi.niente.
Carmiña Candido Daverio

TheVisitor-Arthur Hepkins
dedicata a (*) volato in cielo ancora giovane, lasciando un vuoto incolmabile nel mio cuore
I passeri si sono svegliati
alle voci del primo crepuscolo
pigolano tristi al cielo attonito.
Nell’aria calma della stagione estiva
riaffiorano i ricordi dei bei giorni di sole e di allegria:
cielo della giovinezza.
Volgo lo sguardo
nel brandello di frescura
per nascondere la nostalgia
il tepore nel silenzio
inquieta il sentimento:
ricordo di lui.
Un raggio di sole riappare
illumina i pensieri
dirada le ombre lo rende presente.
Le spalle al muro e la testa stanca
risento parole …
un ronzio d’insetti confonde le idee.
Le foglie degli alberi
sono immobili come in attesa …
il mormorio del ruscelletto
di “Fonte Bianca”
spezza la monotonia
sotto il cielo che diventa di cera.
Vorrei essere pianta
per ascoltare la terra
colloquiare col suo linguaggio
preghiera che s’eleva
e si concentra in Dio
pensiero sacrato all’Infinito.
La Luce m’avvolge…
sdrucciola la coltre delle incertezze
nel pentagramma della Vita
e della poesia.
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Audio-cliccare per ascoltare-"Precious"
Porto tranquillo
E' notte! Il vento
sbatte le finestre del cuore
raggomitolata nelle lenzuola
mi perdo nel blu dei sogni.
Regina tra le braccia della Vita
mi appassiono e immalinconisco
la Bellezza è la stella
guida del mio solitario andare.
Misantropa in un mondo caotico
mi spingo verso l'infinito
Incurante degli affanni
mi specchio nel lago dell'Amore
nel cuore il Suo nome,
sigillo eterno di appartenenza mia.
Ricordi ineffabili danzano
Vorrei arrivasse presto il giorno
per ricongiungermi a Lui
porto tranquillo della mia esistenza.
© Eleonora Ruffo Giordani
12/06/05

Audio-cliccare per ascoltare-"Jewelz Theme"
Riluce...
Riluce d'oro sulle rive del pianto
la Tua Vita.
Tra l'aridità dei sassi
fai rifiorire viole
e li orni d'umili slanci d'amore.
Lungo la foce dei desideri
fai rinascere speranza assopita
in melodie e canti appassionati
che a casa mi riportano
dopo tanto pellegrinare,
smarrita!
Nei meandri della ragione
dove impietoso il filosofare
faceva guerra al cuore ed
estenuata chiedevo il bisogno di Te.
Nei boschi dell'anima lo stormire
delle pene: foglie al vento
cantavano «preghiere»
nella mistica brezza di primavera.
Infelice la mia preghiera
s'elevava in sogni d'angeli
e in echi melodiosi riposava,
in attesa della Tua risposta
che è arrivata.
Fedele, t'ho atteso Amore!
© Eleonora Ruffo Giordani
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Audio-Cliccare per ascoltare"Nearer my God, to thee" Anne Murrey
(dedicata a Uriel angelo nel Getsemani di quest' esistenza...)
..forte il vento
Pierre Renoir
PAGINA DEDICATA
ALL'ARTISTA
SICILIANO
SAL MESSINA

Salvatore Messina è nato a Catania nel 1939. attualmente vive ed opera a Valdagno, (Vicenza).
La sua prima mostra personale è stata allestita presso la Galleria d'arte G.Verga della sua città.Successivamente ha esposto alla Villa Olmo di Como, al Palazzo Reale di Milano, all'Arengario del Comune di Milano,al Museo Postal Montparnasse di Parigi, al Salon dell'Art Libre di Parigi, alla Villa Palladiana Cordellina Lombari di Montecchio Maggiore, al Palazzo Assessorile del Comune di Cles, al Circolo della Stampa di Catania, all Galleria d'Arte Antica e Moderna di Salsomaggiore Terme, alla Galleria Palladio di Vicenza, all'Expo Arte di Pesaro, alla Galleria d'arte Italia di Milano, alla Galleria Chiosco Domenicani di Bolzano, alla Galleria Renault di Merano, alla Galleria delle Fonti di Recoaro Terme, alla Galleria d'arte moderna di Thiene, alla Galleria d'arte Il Pavone di Milano, al Palazzo arcivescovile di Vicenza ecc ...
Opere dell'artista sono conservate presso il Museo d'Arte Moderna di New York, il Museo d'Arte Moderna di Madrid, il Museo d'arte Moderna di Parigi ecc...
Importanti riconoscimenti gli sono stati assegnati e tra questi la Targa Scambi culturali Italo-Iraniani. Innumerevoli gli scritti critici su quotidiani, riviste d'arte, enciclopedie ecc... Figura presso l'enciclopedia Archivio Storico degli Artisti, ed. IEDA.
Opera, inoltre, nel campo della fotografia, anche digitale, riscuotendo ambiti riconoscimenti. Ultimamente si dedica a scrivere versi poetici riscuotendo ampi consensi.
Hanno scritto su quotidiani e riviste del settore artistico i critici: Salvatore Fazia, Montoya, Carmelo Strano, Adelmo Vaghi, Orazio Puglisi, Salvatore Maugeri, Giuliano Menato, A.C.Barale, Reno Bromuro, Piero Donato, A.De Bono, Giorgio Falossi, G.Novelli, Franca Longo ecc...Ha istituito e organizzato il Premio Internazionale di Pittura, Scultura e Grafica "Città di Valdagno, del quale è ancora presidente. Centinaia le mostre organizzate a favore dei molti artisti sconosciuti e non. E' stato delegato della L.A.V. Lega Anti Vivisezionista per la provincia di Vicenza. E' stato intervistato da Licia Colò, della televisione RAI 3, nella trasmissione Geo&Geo, programma animalista ecc....

http://www.poetilandia.it/pagineautori/salmessina.html
www.italiamerica.org/salvatore_messina_le_foto.htm
http://www.arte.go.it/artisti/messina/index.htm
SAL MESSINA TO BE HONORED BY HOCKEY HALL OF FAME
5/19/2005
Courtesy of www.nhl.com
Bill Hay, Chairman of the Hockey Hall of Fame, announced today that long time New York Rangers analyst SAL MESSINA will receive the 2005 Foster Hewitt Memorial Award for his outstanding work as an NHL broadcaster and that Los Angeles Times columnist HELENE ELLIOTT will receive the 2005 Elmer Ferguson Memorial Award for distinguished hockey writing.
New York Rangers fans are well acquainted with the voice of Sal Messina. The native of Queen's, New York was a colourful analyst on Rangers broadcasts for both the Madison Square Gardens' Radio and Television networks for more than 30 years. Messina, a minor league goaltender for many years before making the jump to broadcasting in 1973, has also served as a practice goalie, official scorer, penalty timekeeper and goal judge for the Rangers.
"Sal's experience as a player in the old Eastern Hockey League made him an informed and personable colour analyst for many years," said Chuck Kaiton, president, National Hockey League Broadcasters' Association. "Rangers' fans were fortunate to be able to listen to a passionate and eloquent hockey observer who always held the game in the highest esteem."
Helene Elliott has covered virtually every Stanley Cup final since 1980. Currently the NHL and Olympic columnist at the Los Angeles Times, Elliott started her career with stints in Chicago and New York, heading the trailblazing first wave of female hockey journalists. Over the past three decades, Elliott has enlightened readers about pivotal moments in hockey history, including the 1980 U.S. Olympic Hockey "Miracle on Ice" and the 1988 arrival of Wayne Gretzky in L.A.
"Helene Elliott is a pioneer among female sports journalists," said Kevin Allen, president, Professional Hockey Writers' Association. "But she has truly been a role model for sportswriters of both genders. Her ethics are unquestionable. Her reporting is beyond reproach. Her prose is lively. Her professionalism is of the highest order. There is no one in this business any more respected than Helene."
Messina and Elliott will receive the awards at a luncheon presentation on Monday, November 7, 2005. This year's Induction Weekend will take place November 4th to 7th, culminating with TSN's live broadcast of the Induction Celebration beginning at 7:00 P.M. (EST) on Monday, November 7th. The 2005 Hockey Hall of Fame Inductees will be announced on June 8th following the annual Selection Committee meeting the same day.
The Foster Hewitt Memorial Award is named in honour of the late "Voice of Hockey" in Canada. It was first presented in 1984 by the NHL Broadcasters' Association in recognition of members of the radio and television industry who have made outstanding contributions to their profession and to the game of hockey. Named in honour of the late Montreal newspaper reporter, the Elmer Ferguson Memorial Award was first presented in 1984 by the Professional Hockey Writers' Association in recognition of distinguished members of the newspaper profession whose words have brought honour to journalism and to the game of hockey.
Elmer Ferguson
Elmer Ferguson presided over the sports desk of the Montreal Herald until he died, at the age of 87, in 1972. Ferguson's longevity and encyclopedic knowledge of hockey earned him the respect of his industry, while his insightful and sardonic comments earned him an international following of hockey fans.
Foster Hewitt
In March 1923, Foster Hewitt aired one of the first hockey radio broadcasts. From that night on he became the eyes and ears of radio listeners and television viewers across Canada. Hewitt described thousands of hockey games, including national, World and Olympic championships in Canada, the United States and Europe.
Established in 1943, the Hockey Hall of Fame is a museum and place of entertainment offering state-of-the-art multimedia presentations and exhibits from its premises at BCE Place, Toronto, Canada. Its mandate is to recognize and honour the achievements of teams and individuals who bring special distinction to the game of hockey, and to collect and preserve objects, images and resource materials connected with the game as it is played in Canada and throughout the world.
http://www.newyorkrangers.com/pressbox/pressreleases.asp?id=16
LE SUE OPERE
LA FOTOGRAFIA

il nipotino di Sal
Giorno di mercato a Schio di Vicenza
Farfalla sintetica
marronata
I SUOI DIPINTI

Dalla Memoria

Cucciolo -Acrilico su tela trattata antimuffa.

Dalla memoria.
Le sue opere si possono vedere
presso la galleria Loft di Valdagno,(Vicenza) il suo studio di Valdagno.
presso il Museo d'Arte Moderne Puskin di Mosca, Parigi, New York...

Dalla Memoria
IL SUO LIBRO

Recensione:
Nel cuore porto fiori,/ l'eternità dei suoni,/ gli spazi di cristallo".
Solo tre versi per una sorta di autoritratto di Sal Messina,
pittore e poeta nato a Catania nel 1939 e residente attualmente a Valdagno,
in provincia di Vicenza. Un artista completo, raffinato, un uomo sensibile, capace
di grandi sentimenti, continue sfide, accese denunce. Se, come pittore, è stato
definito dalla critica "tecnicista geniale", per la poesia potrebbe essere indicato come
"sincero cantore degli ultimi". I bambini, gli indifesi, i "poveri del mondo", gli innocenti
ingiustamente perseguitati, le donne maltrattate, le vittime di tanti inganni, sono infatti al centro del suo pensare, del suo soffrire, del suo puntare il dito contro i mali della Terra.
LE SUE POESIE
Armonizzo
armonizzo
i silenzi della notte
la pace dei tramonti
il regno degli amanti
le lacrime versate
dipingo
espongo
consegno
ai martiri delle infamie
lumini illuminanti
conforti
abbracci d'un cristo sofferente
felici itinerari
verso altre nuove terre
spazi non promesse
ma vere
una fetta di luna
in un angolo di cielo
l'amore ritma i suoi tocchi
compone da maestro sinfonie
fragili assonanze suoni musicalità
spasmi solari aliti di fine agosto
poi si rinnova intatto maestoso
primeggia il sangue
la passione
nelle valle dell'eden
è la vita
Luciana (la moglie di Sal)

Nel mio piccolissimo essere di uomo
dedico questi modesti versi a Luciana, la mia sposa preziosa.
Ho seminato
Ho coltivato
con lei nel cuore
fiori nel bosco
sinfoniche armonie
frasi d'amore
Ho seminato
al petto spazi d'astri
puri sconfinati cieli
sussurri d'aliti a planare
Sogni celesti ora s'adagiano
ad incantare petali di rose
Perché negli uomini
in questo
immenso mio infinito
chiudo l'ultimo giorno
d'una baracca disgraziata
si desta la memoria
umidi gli occhi
elenca i morti
racconta
recita
o dio dei mie i padri
perché nell'uomo
dai nobili pensieri
primeggia
inneggia
così
tanta miseria
e guardo a questo mio universo meraviglioso
Dalle vette
Eppure
dalle vette è bella
pulita umana e risplendente all'eco
Quanta magnificenza
Povera terra mia
Mio bene.
sai di poesia
di frasi docili
alle labbra perché tu
mio bene
al cor risplendi
semplicemente
©
SALMESSINA

Audio-cliccare per ascoltare"Broken Hearted Me"Anne Murray

Vita della mia vita,
sempre cercherò di conservare
puro il mio corpo,
sapendo che la tua carezza vivente
mi sfiora tutte le membra.
Sempre cercherò di allontanare
ogni falsità dai miei pensieri,
sapendo che tu sei la verità
che nella mente
mi ha acceso la luce della ragione.
Sempre cercherò di scacciare
ogni malvagità dal mio cuore,
e di farvi fiorire l'amore,
sapendo che hai la tua dimora
nel più profondo del cuore.
E sempre cercherò nelle mie azioni
di rivelare te,
sapendo che è il tuo potere
che mi dà la forza di agire.
Tagore
Audio-cliccare per ascoltare"Ruah"
Colsi il tuo fiore, oh cielo !
Lo strinsi al cuore
e la spina mi punse.
Quando il giorno svanì e si fece buio,
scoprì che il fiore era appassito
ma il dolore era rimasto.
Altri fiori verranno a te,
con profumo e con fasto, oh cielo !
Ma per me è passato
il tempo di cogliere fiori;
nella notte buia non ho più la mia rosa,
solo il dolore è rimasto.
Tagore


PAGINA DEDICATA
AL POETA
RENATO FEDI

http://pensierinsintonia.splinder.com/

Renato Fedi nasce a Roma nel 1943 in un quartiere a due passi dalla Basilica di San Pietro, il quartiere Trionfale, ma anche zona considerata in quegli anni come periferia della città. Inizia a scrivere poesia a 13 anni, avviato a questa passione dalla sua insegnante di lettere alle medie.
I suoi primi scritti hanno un carattere osservativo, descrivono situazioni d'ambiente ed anche il trasformarsi della città nel suo crescere improvviso negli anni tra la fine del decennio '50 e gli inizi del decennio '60.
Negli anni '70 inizia a scrivere anche in vernacolo spinto dal suo grande amore per la città natale e dalla passione per i grandi Poeti dialettali romani quali il Belli, il Trilussa ed il Pascarella.
Il suo poetare in lingua è quasi sempre ispirato dagli accadimenti umani e da riflessioni su situazioni di ambiente o di disagio.
Non ha mai partecipato a concorsi ed è attualmente il presidente di una associazione culturale con sede nel Lazio. Ha pubblicato tre raccolte attraverso il free publishing di Lulu, due in lingua ed uno in vernacolo.

ALCUNE SUE POESIE
Gulliver
Naufrago in quest’isola
di nani a firma dedicati
eccomi legato nei pensieri
costretto da vincoli preordinati
impigliato in trappole evidenti
preso da filosofie a regia
con gli occhi offuscati
da talk show ignoranti
e isole di carne sfoggiata
da ruderi d’arte finta.
E mi camminano intorno
fissando ancora pali
tirando corde ad impigliare
il pensare diverso.
Nave ormai in naufragio
tra tempesta repulsiva
nell’oceano del nulla
che nasce in ogni nuovo giorno
di quest’epoca di riflusso
di vuoti e d’ideali fasulli.
Disperato cedo alla mente
il ricordo di onde tranquille
e la moltitudine di nani
che lega il mio naufragar
lentamente si dissolve.
Neve di Natale
Lenta cala giù la neve
a stendere il suo velo sul Natale.
Fiocchi a coprir dolori e guerre,
una coltre stesa a rabbonire il mondo
in questo giorno ch’è icona d’amore.
Lieve viene dal cielo,
porta sapore di festa agli occhi
pur se nei cuori ci sono dissapori.
Scende a soffocar i rumori
del calpestio di gente nelle strade
e del correre al consumar denaro
in oggetti d’inutile regalo.
Si posa su campi e tetti
e sulle povertà che cercano rifugio
al freddo delle notti dell’inverno.
Lenta cala giù la neve,
lieve e senza far rumore,
senza spaccarmi l’anima ferita
da un anno di furore nell’universo.
Emmelèia
Resta il profumo di primavera
Tra le ore della tua presenza
Nel greve andar di note antiche.
Permea la danza dell’assenza
In larghe volute di pensiero
Attorcigliate al desiderio ancora.
Speculare retro di maschera
Nel recitare d’amore spento
Ravviva il divenire ancora.
.
Danza lenta maschera antica
Danza nei passi d’amor sacro
Di quell’amore ch’è respiro.
Urlo la pace
Gronda sangue
tra file di banchi
sconvolti squarciati
in fumo accerchiati
e grida che vanno
correndosi incontro
Mitra spianati
non hanno nemici
ma cantano fuoco
in onde d’assalto
confusi tra volti
che piangono pace
Tra i molti in silenzio
già in terra caduti
volano via i sogni
che al primo mattino
ridevano allegri
prendendosi il giorno
Odio portato nel nome
di un dio ch’è uguale
ai vinti e ai vincitori
abisso che racchiude
nel fondo ogni credo
senza vera ragione.

Cartoni per tetto
Seduto su freddi gradini
un bicchiere di carta
a contenitore di sogni
a speranza d’un pasto
Attende
Gente che sale distratta
verso una prece abituale
e volge scontrosa la testa
Qualcuno onora il bicchiere
Lui è lì ogni giorno
arriva alla prima funzione
nei suoi panni sdruciti
con la testa da ricordi perduti
Lui è li ogni giorno
e chi passa conosce
il suo timido tender la mano
il suo mesto guardare alle genti
che andranno sicure al riparo
di un rifugio che chiamano casa
Lui sarà lì ancora
fino a quando quei cartoni
che gli sono mura d’intorno
tratterranno il rigore d’inverno
A te .....
A te che gioventù
al mio ricordo sei
non diedi amore.
Siepi ombrose e folte
e prati in primavera
ci fecero giaciglio
e di passion prendemmo
il niente che ragazzi
credettero già troppo.
A te che palestra
alle mie voglie mai
volli destinarti.
Parole un po' confuse
e mani in timidezza
descrissero le ore
che andavan costruendo
due esseri diversi
più disposti al mondo.
Venne un tempo nuovo
e ci disperdemmo.
In te la convinzione
d'avere morto il cuore
e d'essere del pianto
compagna irrescindibile.
In te l'amarezza
ed arse ancor le labbra
per essersi la sete
placata mai in fondo.
Volli un tempo nuovo
e l'abbandonarti
fù padre del sorriso
che ora è tranquillo
padrone del tuo viso.
Volli per te la quiete
che mai ha conosciuto
chi poi ho molto amato.
Dov'è l'amore
E' sospeso tra le ombre della sera
Nascosto nell'intimità del viale alberato
E' sul tuo viso bagnato dalla luna
Gioca con i chiaroscuri che si rincorrono
Al batter delle ciglia
E' qui
Non cercarlo
Invade le strade della città
Mescolandosi ai pensieri della folla
Diffonde canti tra gli umori del momento
Ansioso ti corre vicino
Si ferma
Sorride
Riprende intenso
Si gonfia della sua pienezza
Esplode
E poi piange accorato
Sa di essere grande e indifeso
Forte e tremante
E' qui che ti veste
Riscalda la tua pelle diafana
Vive dell'attesa
Conosce il mutare del tuo sguardo
Sobbalza
Si placa
E' qui tenace come l'aria che respiri
E' tra le frasi più comuni
Sul vibrare dei tuoi muscoli tesi
Caldo nel corpo
Si ubriaca del sapore della vita
Ti stringe violento
Ed è solo
Tra le tue mani

I SUOI LIBRI


©
RENATO FEDI
![]()
Polvere di cielo
Il sole accompagna
i ritmi del giorno
brinda con la vita, regala
bagliori di silenzio e di mistero.
Onde d'ombra accarezzano
i pensieri al ricordo
dell'esule esistenza.
Tracce di storia sul volto sereno e stanco
una tenera ruga bocciol di viola
il viso adorna.
Il sentimento come aquila
spazia nell'infinito,
e riposa, poi,nello scrigno
dell'eternità dov'è custodito
quello credevo perduto: il dolore.
Nelle rigogliose lande del cuore
la voce dell'anima canta ancora
canzoni d'amore, dolce sinfonia .
Tenere lusinghe legano
al sensibile affetto.
La brezza spande sul sentimento
polvere di cielo.
© Eleonora Ruffo Giordani
(dedicata ai miei figli)


John Singleton Copley-Charles Pelham, 1753-54,
oil on canvas, private collection.

PAGINA DEDICATA
AL POETA ,
SCRITTORE E CRITICO
RENZO MONTAGNOLI

http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=1

ALCUNE SUE POESIE
Un giorno alla fontana
Ella scendeva alla fontana,
esile figura di giovinetta acerba
ed io la rimiravo,
estasiato di tanta grazia e beltà.
L'acqua gorgogliava un canto antico
che parlava di elfi, di gnomi,
di fanciulle addormentate nel magico sogno
di una gioventù libera da vincoli e da orpelli.
Il sole in cielo splendeva più ridente che mai
e conferiva alla scena ottici riflessi
fra il verdeggiar del bosco.
Si chinò,
raccolse l'acqua nell'orcio antico
e così facendo rispecchiò la soave immagine
che impressa rimase nella superficie appena increspata,
poi passò dinnanzi,
senza volgermi uno sguardo
e lesta ritornò alla dimora sua.
Di certo non rientravo nei suoi sogni,
nato servo,
ma con cuore e sentimenti d'ogni uomo.
Raccolsi l'acqua in cui s'era specchiata
per conservarla nell'illusione
di poter ancora rimirare l'immagine della sua bellezza.
E continuò, così,
il mio esser nel sogno d'una vita disperata,
ove la realtà di quell'amore mi sarebbe stata negata,
sempre restando impressa nella mente
quella figura leggiadra di un giorno alla fontana.

Plenilunio
Non un filo d’aria
a muover le foglie
del vecchio acero
illuminato dalla luna.
Una notte di luce riflessa
a inondare di soffuso chiarore
vicoli angusti,
piazzette popolate
solo da gatti in amore.
Su una panchina
due innamorati guardano le stelle
e sognano giorni radiosi,
volano tenui parole,
mormorii impacciati,
si stringono i corpi
in un abbraccio improvviso,
i respiri si fanno affannati.
In un angolo,
un vecchio barbone
alza al cielo un fiasco
e brinda alla luna,
biascica parole
che nemmeno lui sente.
Tutto è quiete,
in questa notte splendente.
La fine di un giorno
Rocce erose dal mare,
sferzate dall’impeto del maestrale.
Mute custodi della natura,
a volte aspra,
più spesso selvaggia.
Volti seccati dal sole, abrasi dal sale.
Reti stese ad asciugare,
lucenti,
in più punti strappate.
La brezza porta profumi di coste lontane.
Nell’incerta luce del tramonto
una vela insegue gli ultimi raggi di sole.
Poi le rocce,
impassibili,
sposano il mare al cielo,
e dolce è abbandonarsi
al silenzioso passo della notte.

Ritorni
Al primo pallido sole,
alla luce che allunga
il suo passo sulle tenebre
della fredda notte,
un lieve battito d’ali,
un’ombra rapida,
una fiondata fra le nubi,
e già par primavera.

Melville
Spumeggia il mare,
s’inarca l’onda,
mentre l’arpione
vola a straziare
il sogno di ogni giorno.
Può essere una balena,
bianca o nera non importa,
può essere il desiderio
di emergere dall’oceano
di un’ umanità tutta annaspante,
protesa a un vacuo ed effimero successo.
Il peggior nemico non è il vicino,
non l’onnipresente ingrato fato,
ma solo l’ombra che corrode il giorno,
che infierisce la notte,
e che allo specchio rivela lo sguardo,
torbido, dell’insoddisfazione.
(dedicata a Herman Melville 1819 – 1891)

I SUOI RACCONTI

L’amico scomparso
- Ecco, vede, veniva ogni mattina a guardar sorgere il sole. Si accovacciava sulla sabbia, con le spalle rivolte a est, verso l’Alberese, e s’incantava a osservare il promontorio dell’Argentario che prendeva forma poco a poco mentre la luce si diffondeva.
- Diceva qualche cosa, parlava?
- No, stava muto e solo una volta, mentre aggiustavo le reti, l’ho sentito mormorare qualche parola, ma a voce molto bassa, tanto che non ho capito.
Fausto guardava il lontano promontorio dell’Argentario che sembrava emergere dalle acque del Tirreno, una specie di vascello fantasma diafano nella luce del tramonto.
Il vecchio pescatore gli si accostò e gli rivolse nuovamente la parola.
- Uno spettacolo che vedo da anni, ma che non finisce di stupirmi. Non c’è niente di più magico di un tramonto in questo posto.
- Veniva anche a quest’ora?
- No, mai che io mi ricordi. Gli interessava solo l’alba.
- Grazie, per quanto mi ha detto.
Risalì l’arenile nel silenzio ovattato dell’ora, interrotto solo dallo stridio di qualche gabbiano,
e dal rumore della corrente dell’Alberese che lì in mare se ne andava a morire.
Sì, come il fiume che nasce e che poi muore, anche il suo amico Alfredo, lo stimato professore di latino del liceo classico di Mantova, un giorno se n’era andato da casa, senza dire nulla alla moglie. Si erano avviate le ricerche in tutta Italia e poco a poco, sulla base delle segnalazioni, si era ricostruito il percorso che aveva intrapreso.
Una prima tappa di poche ore a Firenze, ove qualcuno si ricordava di quell’uomo non più giovane, magro e quasi scheletrico che era rimasto per più di un’ora estatico di fronte a Palazzo Pitti.
Il suo peregrinare l’aveva portato poi a Bolgheri,
dove aveva passeggiato a lungo su e giù per la stradina che portava alla chiesa di San Guido, sostando più volte a guardare i filari di cipressi.
Sì, lo ricordo bene – aveva detto il sagrestano.
E quando gli si chiese il perché, questi rispose in modo evasivo, quasi avesse timore di svelare un mistero, ma poi, supplicato, si era deciso a parlare.
- Mi ha detto che qua c’è stato tante volte con la mente, e non con il corpo, e ogni volta gli sembrava di essere più vicino alla fine della strada. Ha biascicato anche i primi versi della poesia, ma poi si è interrotto, mentre le lacrime gli bagnavano le guance. Gli ho chiesto il perché di questa commozione e lui mi ha risposto che era il ritorno.
Si era spostato poi in un piccolo borgo vicino a Siena dove aveva soggiornato, ospite di un convento, per un paio di giorni.
Come ebbe a dire il priore, l’uomo gli era sembrato malato, ma più nell’anima che nel corpo. Eppure, nonostante la brevità del soggiorno la mattina che se n’era andato aveva notato nei suoi occhi, prima sempre malinconici, un accenno di sorriso, una sfumatura di pace.
E quando, accomiatandosi, gli aveva chiesto dove sarebbe andato quello gli aveva risposto che la domanda esatta da porre avrebbe dovuto essere dove si sarebbe fermato.
Una segnalazione successiva lo dava come in cammino lungo le terre senesi e così un contadino, a cui aveva chiesto un’indicazione, lo descrisse.
- Era pallido, si vedeva un uomo sofferente nel fisico, ma i suoi occhi avevano un qualche cosa di indescrivibile, come se vedessero oltre le immagini.
E infine venne la notizia del suo ritrovamento.
Una mattina, un pescatore che già l’aveva notato da un po’ di giorni, l’aveva trovato sulla spiaggia, vicino alle bocche dell’Alberese, prono su se stesso e quando lo aveva osservato meglio si era accorto che era morto.
Fausto trasse di tasca un foglio sgualcito e lesse ancora una volta.
“ Caro Fausto,
tu che sei il mio amico più caro, quando leggerai questa è perché io non ci sarò più.
E’ difficile spiegare perché me ne sono andato, perché un uomo non più giovane come me, sposato, con una casa, con un lavoro, abbia lasciato tutto di colpo. Qualche cosa saprai già, se avrai cercato di capire il motivo di questo mio allontanamento. Il cancro che mi ha colpito non perdona e allora perché vivere in un asettico letto d’ospedale, con cannule infilate ovunque per procrastinare inutilmente la mia vita? Perché vedere il dolore negli occhi di mia moglie, perché ogni giorno cercare di illudermi?
Se è giunto il mio momento voglio che il tutto avvenga con dignità, con rispetto per la mia persona e desidero anche che ci sia un senso nella morte.
Ecco perché sono andato via e sono venuto qua, in questa terra dove ancora c’è un rapporto fra uomo e natura.
In queste albe sul mare ho visto e imparato più di quello che ho osservato e studiato in tanti anni. Per la prima volta mi sono sentito parte del creato, un minuscolo granello di polvere nel disegno perfetto delle cose e così ho accettato la mia fine dopo un percorso che mi ha portato a conoscere me stesso e che solo in questa terra puoi effettuare, solo fra questi borghi che resistono oltre il tempo, solo in quest’atmosfera ancora indenne dall’illusorio dominio dell’uomo e dove tutto è in eterno armonico equilibrio.
Caro Fausto,
un abbraccio.”
Fausto ripiegò il foglio e lo rimise in tasca.
Si avviò all’auto, ma prima di salirvi buttò un’occhiata al lembo di spiaggia dove il vecchio pescatore metodicamente e con calma riparava le reti.
Era prono sulle stesse e, nella mano che riavvolgeva i fili, gli sembrò di vedere quella ferma di Alfredo che stilava la lettera.

Questo racconto, partecipante alla 2^ Edizione del Premio Letterario Alois Braga, ha ottenuto la menzione speciale.

La lunga strada bianca
Mancava poco a mezzogiorno e, risalite le brume del mattino, la piana era completamente inondata dal sole, che, riflettendosi sulle armature, faceva alzare improvvisi e repentini bagliori. Lo spettacolo era impressionante e affascinante al tempo stesso: uno di fronte all’altro stavano i due eserciti, inquadrati ordinatamente in attesa dello scontro. Le prime file erano occupate dalla fanteria, più dietro venivano gli arcieri e subito dopo la possente cavalleria.
“L’attesa è peggio della battaglia, ma spero veramente che sia l’ultima. Per un povero fante come me, servo in pace e servo in guerra, non ci potranno mai essere onori, anche se all’alba il Principe Venceslao ci ha più volte gridato che avremo onore e gloria, ma sarebbe già tanto se riuscissi a sopravvivere. Poi abbiamo assistito tutti alla messa, con il prete che ha invocato la benevolenza di Dio per assicurarci la vittoria. Anche dall’altra parte ci saranno state le stesse parole, le medesime preghiere, un’uguale invocazione. Quel che è certo è che se Dio è in ascolto si trova in un bel dilemma: se favorisce l’uno, scontenta l’altro. Però se Tu sei sopra di noi, ti chiedo solo di salvarmi dal pericolo, mio Dio, e ti prometto che andrò a messa tutte le domeniche e che tutti gli anni farò parte dei pellegrini che, valicando le montagne, percorreranno la lunga strada bianca che porta al Santuario della Madonna dei Caduti.”
Improvvisamente, si alzò uno squillo di tromba e le truppe iniziarono a muoversi, sempre in ranghi serrati, dapprima più lentamente, ma poi aumentando gradualmente la velocità, fino a quando i fanti si misero a correre. In quel preciso istante, da entrambe le parti dell’opposto schieramento si alzarono sibilanti le frecce, con un percorso arcuato che le portò a ricadere dall’alto sulla massa avanzante.
Si sollevarono gli scudi, ma non tutti furono così lesti e i dardi si infilarono nelle le cotte, penetrando nelle carni, fra le urla di dolore dei colpiti. Non più di tre volte s’involarono fitte a oscurare il sole, scoccate dai lunghi archi di duro legno di frassino, ma cominciarono a creare ampi vuoti nelle file che pronte si rinserrarono. Indi, preceduto da urla disumane, avvenne l’impatto, un cozzo violento, in un frastuono di scudi che si urtavano e di spade che s’incrociavano.
“Un fendente da sinistra, mi scanso, alzo la spada: colpo bloccato! Ma ecco un altro che cerca di infilarmi con la lancia; mi giro, la punta mi sfiora il fianco e lui quasi mi viene addosso, ma io affondo la lama, gli passo la cotta, gli squarcio il ventre. Ritraggo la spada, quasi non respiro, boccheggio, ma ne arrivano ancora, a destra uno cala la scure, ma lo scudo mi protegge e lo stendo con un fendente fra il collo e la spalla. Ho la testa che mi scoppia, il sudore che goccia sugli occhi, che mi appanna la vista. Una fitta tremenda al braccio e mi cade la spada. Non l’avevo scorto, perché mi era proprio a fianco. Mi copro con lo scudo, ma lui insiste, sto crollando sotto i colpi, ormai mi è talmente vicino che sento il suo respiro ansimante… ma ecco che ho trovato il pugnale, lo estraggo dal fodero e con tutta la residua forza del braccio offeso lo infilo nella sua gola. Lui mi guarda sorpreso, mentre il sangue sgorga a fiotti, alza ancora la spada, sbarra gli occhi e crolla davanti a me”.
Le fanterie combattevano da almeno un’ora, quando i comandanti ritennero opportuno di far intervenire la cavalleria. Il principe Venceslao lasciò andare il falcone appollaiato sul suo pugno sinistro e questo, involandosi, diede il segnale per l’inizio della carica. I suoi cavalieri si mossero a tenaglia, dapprima al trotto, e poi, tese le lunghe lance, spronarono i loro destrieri al galoppo.
L’avversario non fu da meno e, pur disponendo solo di cavalleria leggera, la dispose in modo da costituire una manovra accerchiante. Il minor peso ebbe questa volta facile gioco della lentezza del nemico, investito ai fianchi nel momento in cui non era ancora in grado di dispiegare la sua grande forza d’urto. Nulla poterono le armature e le analoghe protezioni dei destrieri contro i giavellotti che i cavalieri avversari scagliavano con precisione inaudita.
Quella che per il Principe Venceslao doveva essere la mossa conclusiva si rivelò un doloroso e tragico fallimento.
Ovunque si vedevano armati sbalzati da sella, cavalli che precipitavano rovinosamente al suolo, spesso schiacciando chi li montava, in un polverone che come una nebbia aveva invaso tutta la piana. Lo scenario era di una indescrivibile ecatombe: qua un cavaliere che moriva soffocato dal suo sangue, là un altro con conficcato nel petto un giavellotto, ancora in sella, ma già morto. E su tutto sempre le urla, i clamori, le imprecazioni che coprivano i lamenti. Quando esaurito il loro compito i cavalieri avversari si volsero ad attaccare la fanteria, il Principe si allontanò velocemente dal campo, seguito dalla sua scorta, lasciando i suoi uomini alla mercé del nemico.
”La cavalleria! La cavalleria! Ci viene addosso: la partita è persa e forse anche la vita. Se riesco a uscire da questa bolgia scappo, fuggo con la poca forza che mi è ancora rimasta!
Ho recuperato la spada, ma fatico a tenerla in pugno. Una spallata a questo, una spinta a quest’altro, sto uscendo, forse ce la faccio. Ecco, sono fuori, mi butto a rompicollo a sinistra. Ahimè che dolore! Non respiro più: è stato un giavellotto, dritto nella schiena. Non riesco più a muovermi, cado, mi sento mancare.”
Lo scontro era durato in tutto un paio d’ore, un tempo interminabile per chi era rimasto là fino alla fine, e mentre i vincitori alzavano al cielo i loro urrah, il Principe Venceslao già mercanteggiava con il suo avversario la libertà e il mantenimento del suo rango.
Le trattative, come si conveniva fra potenti, si svolgevano come se si stesse discutendo del normale regolamento di un affare: nessuna parola, nessun pensiero per le migliaia di morti che con il loro sangue inzuppavano il terreno della piana. Esseri inferiori erano da vivi, e ancor meno erano ora da morti, senza più nessuna utilità.
Intanto i cerusici s’aggiravano nel carnaio, insieme ai monatti, questi ultimi intenti a recuperare i morti e ad accatastarli, non senza averli prima spogliati di ogni avere, compresi i calzari.
“Mi sto riprendendo, devo essere svenuto; chi c’è lì a un palmo dal mio naso? E’ il viso di un nemico, ferito come me; anche lui non riesce a muoversi e mi fissa. Cerca di dire qualche cosa, mi pare che voglia dell’acqua, ma non ne ho nemmeno per me e la sete sta diventando insopportabile, più ancora del dolore che mi provoca la ferita. Che hai da guardare? Sono un tuo nemico, ma non sono in grado, e non ho nemmeno più voglia di farti male.
Soffri anche tu, vedo. Non guardarmi con quegli occhi imploranti! Non posso aiutarti, nessuno ci può aiutare. Se le ferite non sono fatali, e se passa il cerusico, forse abbiamo una speranza. Non so l’ora, ma il sole mi sembra che vada calando e se non arrivano a soccorrerci prima che faccia buio saremo in ogni caso morti; con le tenebre usciranno i lupi dei boschi, gli spiriti maligni delle piante e ci finiranno loro.”
Nella luce del tramonto si stagliavano le immagini delle cataste su cui venivano distesi i corpi praticamente nudi, tutti con i segni della loro morte: petti squarciati, braccia e gambe divelte, teste mozzate, e su tutto si levava il lamento dei feriti e dei moribondi.
“La ferita mi fa meno male, anche se mi sembra che il sangue esca ancora, ma mi sta venendo freddo, forse per la sera che si avvicina. Il mio nemico è sempre lì che mi guarda, con la bocca semiaperta che lascia uscire della saliva insanguinata. Ogni tanto sbatte le palpebre, come se cercasse di dirmi qualche cosa.
Adesso ha aperto la bocca, si sforza di emettere un suono, ma esce solo un gorgoglio e i suoi occhi si sono spalancati, guardano fisso, ma non verso di me; ha un’espressione di stupore, ed ecco che gli esce un rantolo, reclina il capo e chiude le palpebre. E’ morto, ma chissà che vedeva.
Il freddo aumenta, si fa sempre più buio, non vedo quasi più niente, nemmeno il suo volto; mi manca l’aria, è tutto nero, no, scorgo una lunga strada bianca che non sembra aver fine.”
I loro corpi furono fra gli ultimi a essere raccolti, finirono sulla stessa catasta e poi accesero i fuochi.

©
RENZO MONTAGNOLI

L'attesa-Olio su tela
R. Blanc
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In geyser di sentimenti
Nessun tocco sulle guance
nessun rimpianto
rose e spine mi sorridono
quando il cielo s'oscura.
Assorta la mente scivola
in geyser di sentimenti.
La luna
nasconde le mie lacrime
e il giorno mi fa tornare
bambina.
Regina nei Suoi pensieri
in questa terra straniera
canto la nenia della mia
ninnananna.
Nessuno potrà separarmi dal Suo amore!
© Eleonora Ruffo Giordani
PAGINA DEDICATA
AL POETA , SCRITTORE
GIUSEPPE DIODATI
(hariseldom)

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Giuseppe Diodati, per tutti Pino, nasce a Popoli, paese della provincia di Pescara, il 6 ottobre del 1954.
Dirà poi di essere nato il giorno prima di Milly Carlucci e a pochi chilometri da lei che è di Sulmona.
A pochi giorni di vita si trasferisce a Pescara dove rimane sino al 1980.
L’unica volta che ha fatto un concorso è stato per una borsa di studio, vinta con un racconto sull’emigrazione.
Dai tempi delle medie in poi non ha mai svolto un compito in classe tradizionale, ha sempre usato il titolo del tema come titolo di un racconto stupendo sempre i vari professori che l’hanno avuto come alunno.
La passione politica lo ha portato nel movimento studentesco e nelle organizzazioni anche cattoliche di quei tempi.
Ha sempre cercato di avere una mente aperta e di capire anche le idee degli altri.
Ha condotto trasmissioni in radio private di Pescara e Montesilvano come il Proxo; Io noi voi tutti; Spazio Fantasia Mistero.
In una radio privata andò in onda un racconto scritto e interpretato anche da lui dal titolo Noi tra di voi, un racconto di fantascienza genere che lui ama.
Ha vissuto tre anni a Belluno e nove a Tivoli, città dove sono nati i suoi figli.
Scrive racconti, favole e quelle che lui chiama poesie naif, poesie che spesso nascondono un racconto all’interno.
Non ha mai pubblicato nulla se non con altri in antologie di poco conto.
Scrive con pseudonimi come Pelmo, Elfo Oscuro, Messaggero, Hariseldom su diversi siti letterari.
Lui dice che i suoi scritti saranno pubblicati e scoperti dopo la sua morte, ma Pino è sempre stato uno che non sai mai se scherza o dice sul serio.
Una cosa è certa, ai bambini piacciono le sue favole e il suo modo di raccontarle.
Molte delle cose da lui scritte sono andate perdute.
È molto prolifico si parla di alcune centinaia di poesie e racconti di pezzi, sta persino pubblicando un romanzo a puntate sul suo blog “Lo zingaro del vento” su libero dove ne ha un altro come ScureRossa.
Scrive per divertimento e non crede di essere uno scrittore vero
Ora vive a Francavilla al Mare, sulla costa abruzzese, ma non è detto che ci resti ancora per molto
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Sono onorata e lieta di presentare ancora nel mio blog la figura di hariseldom, e di farlo vedere come ho avuto modo di conoscerlo nelle poche parole, essenziali, intrise di Rispetto e d’Amicizia, d’umiltà e di schiettezza che mi hanno conquistato.
Giuseppe Diodati è l’essenza di una persona libera senza preconcetti.
Acuto, intelligente,assertore di giustizia, eloquente relatore di questi tempi bui, lotta con le sue opere di carattere sociale politico. E’ dotato di uno spirito raziocinante, pragmatico, schietto, genuino. Manipola la parola, l’assembla e la ravviva con Arte,liberandola dalla storia accademica riuscendo a conquistare col pennino intinto nell’inchiostro della stravaganza e del diritto anche il lettore di corrente filosofica contraria, che vuole trovare idee.
Versatile, si dirige in ogni via della letteratura con originalità, e con una dialettica alle volte indisciplinata.
Affascinante è il linguaggio che utilizza quando si propone con i racconti, e ai bambini con le favole, densi di riferimenti ad una società massmedianica, presentando la parte naturale del suo essere eclettico, semplice, sognatore, creativo e insolito.
Costruisce i personaggi delle fiabe e dei racconti attingendo dalla realtà quotidiana, che articola anche con disegni in chiave fumettistica.
Leggerlo è sempre un’emozione nuova.
Considero Giuseppe Diodati ( hariseldom) un Artista degno di rilievo nel campo della letteratura contemporanea soprattutto in quella indirizzata ai ragazzi.
Eleonora Ruffo Giordani
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Altre Amiche di penna affermano di lui:
Giuseppe Diodati
intelligente, intuitivo, indisponente e prepotente, ma anche umile e schivo, dolcissimo, nella difesa di quella che lui ritiene essere coerenza, coerenza con l’essere schiavo della propria libertà.
Dichiara di adorare Silone e di riconoscersi molte attinenze con Pavese.
Io trovo nella sua naturale attitudine alla narrazione molto della Morante e del suo modo di narrare la Storia come sfondo integrato nel vissuto personale dei protagonisti , ma con in più, rispetto alla famosa scrittrice, un magico tocco di fertile e originalissima fantasia che a volte sfocia in una divertente bizzarria.
I protagonisti delle sue fiabe e dei suoi racconti sono personaggi pescati dalla quotidianità , interiorizzati e poi restituiti al reale sporchi di magia.
La capacità di Pino di filtrare il reale e di miscelarlo con i sogni è tutta sua personalissima e di nessun altro autore.
Pino è stato ed è un attivista politico, ma io trovo che sia, soprattutto, un idealista che mal si adatta ai giochi della politica che richiede compromesso e sottomissione dell’ideologia alla strategia.
Egli però se ne infischia delle strategie politiche e difende la sua libertà ideologica con originalità e fierezza, scrivendo con naturalezza la sua Storia in poesie e racconti, con dolcezza infinita quando s’inventa fiabe per i bambini, con malinconia e rassegnazione quando racconta d’amore, con toni delusi, malinconici o glacialmente accusatori quando tratta di temi sociali e politici.
Leggere Giuseppe Diodati è sempre avvincente ed è uno degli autori che più merita secondo me di emergere nel campo della letteratura, specie in quella per ragazzi.
Elena Franchitti (elenaelena)
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E' una persona semplice Harinseldom(Pino), un uomo di sinistra, idealista e un po' bambino che sogna un mondo senza ingiustizie.Le sue poesie,i suoi scritti sono la vita del giorno che inizia, soffi lievi di menestrello incantatore, quasi favole che si scontrano con la durezza della nostra esistenza. Hanno un ritmo cantilenante, filastrocche malinconiche e struggenti, sensazioni del quotidiano e del passato che avanzano lentamente, con intimo potere. Sono dolori segreti, flash di attimi vissuti con la voce che si allarga come se volesse cogliere la purezza al di là di quello che si vede. E' aspettativa affascinante la sua scrittura, un pellegrinaggio attraverso la parola, alla scoperta del nostro io, di quell'individuo libero di esistere e di raccontare solo con le parole.
Tiziana Monari (neraorchidea)
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Pino Diodati, uno degli autori più pregevoli del panorama a noi offerto su questi schermi. Un autore geniale, è questo aggettivo che sempre mi viene in mente quando leggo i suoi scritti. Genialità pura. Un talento poliedrico capace di spaziare con disinvoltura fra poesia di nobile significato, strabilianti filastrocche o racconti per bambini e appassionati pezzi fantasy.
Nelle sue poesie si narrano spaccati di vita vissuta che sono sempre emblemi di tante vite comuni in cui qualcuno di noi può di volta in volta riconoscersi o riconoscere ciò che ha visto accadere intorno a sé. I suoi personaggi sono uomini e donne che tutti possiamo conoscere e che sempre ci inteneriscono, personaggi della porta accanto eppure unici nella loro specialità. E sono versi che fanno riflettere i suoi.
Perché Pino ha in sé la grandissima e rara capacità di cogliere la realtà che lo circonda , di abbracciarla con un solo sguardo cogliendola appieno come se tutto fosse trasparente. Mi fa sorridere l’aneddoto dei compiti in classe e mi spiace apprendere che molte delle sue opere siano andate perdute. Un vero peccato.
Ho avuto anche la fortuna di conoscerlo personalmente ed in lui si coglie una spiccata sensibilità con cui riesce a leggere nell’anima di chi gli sta di fronte. Straordinario Pino, quasi timido eppure così profondo ed arguto.
Adoro Pino, come persona e come scrittore. Perché sei scrittore, eccome se lo sei, e meriteresti bene altri palcoscenici.
Ti auguro di cuore di poter pubblicare qualcuna delle tue meraviglie. Voglio leggere il tuo nome sullo scaffale della mia libreria e dire:”Ecco, quello è un grande scrittore, un mio amico”.
Ti abbraccio Pino, mio conterraneo amico.
Marina Ulisse (GiardiniDiMaya)
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UN SUO RACCONTO

Giàluna nel mondo dei bislacchi
Giàluna è una bambina d’undici anni, quasi dodici come dice lei.
In verità mancano sei mesi al compimento dei suoi dodici anni, che a suo dire segneranno la differenza tra il mondo dei piccoli e quello degli adulti, ma è dalla settimana successiva al compimento del suo undicesimo compleanno che dice “quasi dodici”.
I bambini si sa che hanno un concetto tutto loro sul tempo, una gran fretta di voler crescere e diventare grandi.
Giàluna ha capelli neri come la notte, occhi scuri, guance tonde e rosseggianti, né magra né grassa e nemmeno tanto alta.
Giàluna ha le sue grandi passioni, passioni che a volte durano meno di una settimana, come quelle musicali o le sue passioni sui personaggi televisivi.
Altre invece molto più profonde e durature.
Una delle più durature è quella nei confronti di Pasquino, no, non è un amore adolescenziale, Pasquino è il suo gatto bianco latte, un incrocio tra un gatto soriano e un gatto comune che una mattina di un freddo novembre Giàluna incontrò nel suo destino, non poteva immaginare come sarebbe cambiata la sua vita a causa di quel gattino, ma andiamo per ordine.
Più che abbandonato dai suoi genitori, Pasquino fu abbandonato dal suo padrone, almeno questo pensava la nostra protagonista.
Giàluna trovò il gattino una mattina uscendo da scuola, dentro una scatola di cartone.
Fu subito amore a prima vista, un amore quasi magico, sembrava che quel gattino stesse aspettando proprio lei.
Giàluna ha la fortuna di andare a scuola a pochi isolati da casa e così sin dalla quarta elementare torna da sola.
Vi lascio immaginare che tipo di entusiasmo mostrarono i suoi genitori nel vedersi arrivare la figlia con quel gattino tra le mani.
Gettato lo zaino sulla poltrona, cosa che mandava in visibilio sua madre, portò il gattino a fare conoscenza della famiglia.
…- Giàluna dove hai raccolto quel mucchio di pulci? –
Fu l’entusiastico commento della madre e suo padre non fu da meno …
-non penserai mica di tenerti quella cosa in casa vero Giàluna?...
- mamma, papà vi prego, vi scongiuro, “Gufio” vi prometto che mi occuperò di lui e che non vi accorgerete di nulla. –
Dagli occhi di Giàluna stava spuntando un lacrimone, soprattutto per il padre era molto difficile riuscire a resistere a quelle lacrime, cosa molto diversa per la mamma.
- Giàluna non cominciare, non metterti a fare la bambina e soprattutto non dire Gufio, lo sai che non voglio che tu dica parolacce. -
La ragazza cerò di spostare l’attenzione della conversazione, era una tecnica che a volte funzionava soprattutto durante le interrogazioni .
- Mamma, ma Gufio non è una parolaccia, è una cosa che dico solo io. -
La mamma stava diventando rossa, mentre il gattino cominciava ad esplorare quell’appartamento che presto sarebbe diventata la sua casa.
- Non è una parolaccia, ma tu l’hai inventata come parolaccia e…dove sta andando quel mucchio di pulci? In cucina non lo voglio Giàluna. -
Il gattino infatti aveva sentito odore di cibo provenire proprio dalla cucina.
- Mamma, ha solo tanta fame poveretto. -
Ora, una cosa è opporsi, una cosa è prendere un piccolo gattino e buttarlo fuori di casa.
Il primo a dare segni di cedimento fu il padre, con la frase che aprì la porta alla capitolazione.
-puoi tenerlo solo per pochi giorni, ma poi lo dai via.-
A partire da quella fatidica sera, Pasquino andò sempre ad aspettare il papà di Giàluna fuori la porta, facendogli le fusa ogni volta che rientrava.
Il resto viene da se, il gatto divenne membro della famiglia e se Giàluna lo trascurava erano proprio la mamma e il papà che a rimproverarla, a volte i genitori sono proprio strani, altro che i figli.
Giàluna gli raccontava tutto quello che le accadeva durante il giorno e quello sembrava capire ogni sua parola.
La nostra protagonista aveva altre qualità, un paio in particolare rendevano la madre felice, la prima era la sua attitudine al disordine, un disordine di una perfezione matematica, che iniziava dal momento in cui posava lo zaino e continuava in caotico andare sui letti, sulla scrivania, sino ad arrivare persino al bagno.
Guai a rimettere a posto i libri dalla scrivania, guai a mettere in ordine il pigiama o i vestiti, la cameretta era un affresco di Picasso dipinto dopo una sbronza colossale.
Si aveva come l’impressione di uno stato di guerra permanente o di una fuga dopo il terremoto.
La madre di questo era entusiasta e quando esternava la sua contentezza a Giàluna anche i vicini potevano apprezzare la melodia della sua voce.
-Io con te non c’è la faccio più Giàluna, ma lo sai dove hai messo i calzettoni?-.
-questo è un campo di concentramento, non una cameretta.-.
A dire il vero, a volte anche Pasquino ci metteva del suo, andando a spostare i vestiti della ragazza trasformando la ricerca in una stupenda caccia al tesoro, ma la sua padrona era molto più brava.
La seconda passione era il telefono, era capace di stare al telefono le ore, tanto che il padre aveva disabilitato il telefono dalle chiamate verso i cellulari.
Questo dopo una bolletta che era riuscita a superare l’importo della rata di mutuo in scadenza.
Giàluna aveva anche due amiche del cuore Didone, detta da tutti Did e Luciana, amiche con cui trascorreva gran parte del suo tempo.
Naturalmente, come accade anche agli adulti, spesso tra loro avvenivano furiosi litigi seguiti da un periodo in cui non ci si doveva parlare, anzi ci si ignorava anche in classe, il tutto terminava con baci abbracci e scuse.
Tutte quelle cose che accadono tra ragazze, i maschi in questo sono molto diversi.
Una settimana dopo che Pasquino era entrato a far parte della famiglia Bertuccini… - Pasquino! Dove sei finito gattaccio dispettoso? Oh eccoti brutto cattivo, sempre sotto il letto a giocare con le mie scarpe. Dai che devo uscire con Did e Luciana.-.
La voce della mamma, con un tono leggermente alto, ma appena un filo, interruppe il dialogo di Giàluna con il suo gatto.
- Non pensare di uscire se prima non sistemi la cameretta, Giàluna. -
La mamma era apparsa sulla soglia, un grosso sarcastico sorriso sul volto, la guardava accanto alla foto di Hermione Gragger con la bacchetta magica puntata verso la stanza.
Ah se avesse potuto anche Giàluna possedere la magia, avrebbe sistemato tutto in un attimo.
Gatto Pasquino vigliaccamente decise di uscire dalla cameretta, strusciandosi ai polpacci della madre passando, che gran ruffiano che era.
- Gufio mamma, ma non posso farlo quando torno? Mi stanno aspettando, non è educato arrivare in ritardo. -
Il sorriso sul volto della madre era di quelli che non avevano bisogno della parola, per cui sbuffando come un vecchio treno a vapore, iniziò a darsi da fare.
- E non metterli alla rinfusa nel cassetto, perché ti spezzo le ossicine ad una ad una, …”Tesoro” .-
Ci volle un bel po’ di tempo per sistemare tutto, ma alla fine Giàluna riuscì in quella impresa che all’inizio era sembrata disperata.
Passata l’ispezione del sergente Mamma, finalmente Giàluna arrivò all’appuntamento con le amiche.
Luciana era la più bassa di loro tre, nera di capelli aveva sempre un gran sorriso sulle labbra, aveva un bel viso tondo e simpatico ed una carnagione olivastra, sembrava quasi indiana.
Did invece era la bella del gruppo, alta, capelli mossi e lunghi.
Magra come un chiodo aveva sempre dei corteggiatori, i corteggiatori non le mancavano, ma a Did non piaceva nessuno salve un certo Pit Brad o qualcosa di simile.
Aveva una bellissima voce, ma nonostante avesse sempre avuto parti da protagonista nelle recite della scuola, se si arrabbiava, iniziava a balbettare.
Naturalmente i suoi compagni facevano di tutto per farla arrabbiare, per poi prenderla in giro.
Abbracci e baci e scuse sul ritardo, anche le amiche avevano mamme pignole sull’ordine e capivano perfettamente a quali atroci torture la loro amica fosse stata sottoposta.
Ultimi pettegolezzi sul ragazzo più carino della scuola, alcune cattiverie su quella che aveva più successo con i ragazzi, l’ultima sull’idillio tra il professore di Matematica e la professoressa d’Italiano.
Insomma le solite cose,sino all’idea di Giàluna, un’idea che le era sembrata molto strabiliante in quel momento.
-Sabato con i miei andiamo a Pescocostanzo nel Parco Nazionale d’Abruzzo dai venite anche voi? Faccio telefonare dalla mia mamma alle vostre mamme.
Dai che nella nostra multipla ci entriamo.-
La prima a parlare fu Did.
- Uhm non so se papà mi ci manda, ma se ci parla tuo padre e se ci viene anche Luciana forse mi ci mandano.-
Anche Luciana disse più o meno la stessa cosa.
Non fu impresa facile convincere i genitori delle sue amiche, oltretutto il padre di Giàluna non mostrava un eccessivo entusiasmo alla prospettiva di dover avere sua figlia moltiplicata per tre, la cosa voleva dire lo stereo che avevano nella casa di paese moltiplicato per tre volte.
In tutto questo però, forse qualcosa di positivo c’era, con tutte quelle donne per casa, avrebbe avuto tempo per se e non sarebbe stato costretto ad aiutare sua moglie nelle faccende di casa.
Così alla fine partirono per davvero e Giàluna, guardando le canne da pesca dietro i sedili, pensò che la passione per al pesca del padre aveva giocato un ruolo non indifferente a convincerlo a portare le sue amiche.
Era un sogno per suo padre poter pescare dentro il Parco Nazionale d’Abruzzo, certo ci volevano mille permessi, ma lui ci teneva tanto.
Fischiettava suo padre pregustando la domenica mattina al fiume, mentre la mamma di Giàluna guardava pensierosa la strada, una bella responsabilità portare Did e Luciana.
Dietro, le tre ragazze con ipod ed auricolari alle orecchie, muovevano la testa ascoltando canzoni dei gruppi preferiti.
Insomma tutto faceva supporre che sarebbe stato un bel weekend, uno di quelli che poi ti ricordi nella vita, non immaginavano quanto sarebbe stato diverso quel weekend.
Pescocostanzo ha un piccolo parco all’inizio del paese, dove si incontrano tutti i ragazzi.
Sul prato i piccoli giocano a pallone,mentre, quelli più grandi, quando possono vanno al campo di calcetto appena fuori del paese.
Pescocostanzo è un bel paese d’Abruzzo situato all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo e non è lontano da località più conosciute come Roccaraso o Rivisondoli. Durante l’autunno e la primavera è quasi deserto, i giovani sono quasi tutti andati via.
Durante l’estate e nella stagione sciistica invernale si riempie di turisti.
Sulle piste di fondo si sono allenati famosi campioni nazionali.
D’estate tornano anche tutti coloro che sono andati a vivere altrove, vengono a ritrovare l’aria natia e a rivedere i luoghi dove hanno trascorso l’infanzia.
Giàluna e le sue amiche erano al parco insieme ad altri ragazzi e quello scemo di Ottavio cugino di Giàluna che, solo perché aveva quindici anni si credeva già grande,
Giàluna stava appunto litigando con suo cugino, parlava come uno stupido, vantandosi di avere una fidanzata, quando sapevano tutti che non era vero.
Pasquino, forse stanco di stare a vedere litigare la sua padroncina con quel tipo, decise di andare a farsi un giro.
Presa la strada che usciva dal paese e il gatto si stava allontanando tranquillamente quando Giàluna lo vide.
-Gufio, ma dove va quello scemo?-
Strillò la ragazza.
- Dai ragazze aiutatemi a riprendere quel matto di un gatto. Ci sono cani grandi e grossi in paese oggi e poi nei boschi potrebbe fare brutti incontri.-
Correndo avanti alle altre, Verdeluna vide Pasquino infilarsi sotto una siepe piena di spine.
Alle volte succede che si rimanga colpiti da piccoli particolari, apparentemente insignificanti, questo magari proprio nei momenti sbagliati.
Così Giàluna restò colpita dalla presenza di quattro grossi asparagi davanti la siepe, in un paese dove tutti cercano asparagi era singolare che proprio accanto alla strada nessuno li avesse raccolti.
Forse a causa di quella indecisione, Giàluna si perse Pasquino, del gatto non vi era più traccia.
Riuscì a trovare uno stretto passaggio nella siepe, graffiandosi le braccia riuscì ad aiutare le sue due amiche a passare.
Ottavio nel frattempo aveva deciso di andare a giocare a calcetto con gli amici, maschi, sempre la palla nella testa, maschi, quando servono non li trovi mai.
Erano a stento riuscite ad attraversare la siepe quando apparve loro uno strano personaggio.
Seduto su una roccia un ragazzo con i lunghi capelli ricchi e biondi le stava osservando.
Rideva beffardamente e aveva un’aria, un’aria vagamente familiare, soprattutto per Giàluna.
A Giàluna quel tipo stava proprio antipatico, invece Did lo stava guardando con un certo interesse.
Luciana osservava le sue due amiche, come le conosceva bene, come riusciva a capirle così bene.
Il ragazzo iniziò ad arrampicarsi sull’albero.
- Buongiorno.-
Gli si rivolse educatamente Giàluna.
– Ha mica visto passare un gatto da queste parti? Un bel gatto tutto pieno di peli e...-
Quello al posto di rispondere, si arrampica su un albero, si aggancia con le gambe su un ramo e messosi a testa in giù sfiora il volto di Giàluna sorridendole con aria canzonatoria.
La guardava con una espressione buffa, talmente buffa che sia Did che Luciana iniziarono a ridere come matte.
Giàluna si sentì presa in giro, una macchia rossa gli apparve vicino al naso.
Era una specie di reazione allergica, tutte le volte che si arrabbiava sul serio, Giàluna aveva questa macchia sulla guancia.
Sua madre la aveva notata per prima, le succedeva da quando era piccolissima.
A volte ci scherzavano su, ma quando spuntava la macchia Giàluna sbottava.
Nessuno poteva poi fermarla.
- Senti coso, non hai la lingua? Gufio. te l’ha mangiata il mio gatto? Hai visto o no il mio gatto?-
Per tutta risposta quel tipo sollevò le spalle e fece una faccia buffa dispiaciuta.
Quelle due disgraziate di Did e Luciana ridevano sino alle lacrime e Giàluna era sul punto di farlo anche lei, ma quel tipo la esasperava troppo, per cui girò le spalle e disse alle sue amiche.
- Questo non capisce nulla, lasciamolo perdere e andiamo a cercare il mio povero Pasquino.-
Detto e fatto si mise in cammino su quello che sembrava un sentiero e a tratti urlava.
- Pasquino, brutto gattaccio, dove sei? Esci. -
Si era un sentiero e si stava allargando, Giàluna faceva finta di nulla, ma era preoccupata.
Quei posti non li conosceva, così come non conosceva quel tipo strano, sua madre diceva sempre di stare attenta alle persone che non conosceva.
A dire il vero sua mamma le diceva di stare attenta a tutto, cosa ben diversa da suo padre che almeno in questo non rompeva più di tanto.
Però in paese ci si conosceva tutti, quello Giàluna non lo aveva mai visto, doveva essere uno straniero, magari veniva dalla città.
La città per gli abitanti di Pescocostanzo è Sulmona, certo un bel paese, anche importante, ma di certo non una metropoli.
Le tre ragazze procedevano lungo il sentiero, chiamando il gatto.
Il tipo strano le seguiva a distanza, camminando con un’andatura saltellante.
Improvvisamente il bosco svanì e davanti ai loro occhi apparve un paesino in cima ad una collina.
Un paesino tutto colorato e con colori diversissimi tra loro.
Un accostamento assurdo di rossi con celesti o viola.
Eppure tutti quei colori alla fine erano belli a vedersi.
Un cartello avvertiva: Bislacchia, paese gemellato con Fiordiloto.
Sotto il cartello una bandierina di cinque colori: giallo, rosso, arancione, verde e azzurro.
Poco più avanti un cartello di benvenuto, un cartello con una scritta curiosa.
“Benvenuti a Bislacchia paese di Fina la principessa triste”.
Mentre Did e Luciana guardavano con curiosità la scritta e lo stesso paese sulla collina, Giàluna non era incuriosita, no, era proprio sbalordita, la sua bocca era spalancata e una mosca la stava per scambiare per una calda e comoda caverna.
Bislacchia, di questo Verdeluna ne era certa, non esisteva.
Le tre amiche iniziarono ad avvicinarsi al paese, accorgendosi che era protetto da robuste mura colorate di arancione.
Mura sormontate da merli a coda di rondine, anzi no erano a forma di partesi tonda, mai visti merli così.
Per una attimo ripensarono al film “Non ci resta che piangere”.
Per un attimo le tre ragazze pensarono di essere finite nel passato.
Il portone era aperto, ma protetto da due guardie che indossavano una divisa simile a quelle delle guardia svizzere, pantaloni ampi con predominanza del verde pisello.
Stavano per avvicinarsi, quando sentirono il suono di Lady Madonna dei Beatles.
Le tre ragazze si guardarono attorno, ma nessuna delle tre capiva la provenienza di quel suono.
Luciana però sentiva un vibrare strano nella tasca dei jeans.
Avevano dimenticato di avere i cellulari, ma anche se gli fosse venuto in mente a sentire quel suono nessuna delle tre avrebbe cercato il proprio, quella suoneria non era di nessuna delle tre.
- Se mi avete fatto uno scherzo e cambiato la suoneria... – stava dicendo Luciana, mentre osservava il suo cellulare.
Numero privato, appariva sul display, incuriosita rispose.
-Parola d’ordine “ le pere sono mature, le mele sono scure”- la voce dall’altra parte era con l’esse sibilante e molto acuta.
Una voce sconosciuta di età indefinita.
Anche in questa circostanza la bocca di Luciana sembrava una caverna del tipo ostello mosche in pellegrinaggio.
- Ma chi era? Dicci.- Giàluna era curiosa, ma anche Did voleva conoscere l’autore della telefonata.
Nel frattempo, quasi per un riflesso condizionato anche lei era andata a prendere il suo cellulare.
Nessuna tacca, il simbolo d’assenza di segnale lampeggiava.
Anche Giàluna osservava il suo e anche se aveva un gestore diverso, anche il suo cellulare dava mancanza di rete disponibile.
Nel frattempo, le tre giovani donzelle, si erano avvicinate alle porte del paese e le due guardie prontamente avevano abbassato le lance.
-Parola d’ordine.-
Ora, che quelle lance fossero pericolose, era cosa da dimostrare, intanto il materiale era legno piuttosto tarlato, ma quello che più appariva strano era la punta delle stesse.
So che stenterete a credermi, ma su quelle punte erano infilzate due melanzane nere, da non confondere con le melanzane viola ad altro tipo di cucina deputate.
Le ragazze stavano per scoppiare a ridere, ma l’aspetto arcigno delle guardie e lo sguardo fiero, le fecero desistere dall’esplodere in una fragorosa risata che sarebbe potuta risultare, molto poco riguardosa dell’autorità.
Solo che sia Giàluna, sia Donata, non avevano proprio idea di come rispondere loro, Luciana, infatti, non aveva avuto tempo di raccontare il contenuto della telefonata alle ragazze.
A volte Luciana aveva, come dire, piccole espressioni di sadismo e di soddisfazione nascosta che la rendevano leggermente antipatica.
Esiste un termine, ma non mi si fraintenda l’uso nel senso buono, alle volte Luciana era proprio “crepata” e dispettosa.
Un sorriso beffardo le si dipinse in volto, mentre pronunciava la frase “le pere sono mature, le mele sono scure”.
Le guardie alzarono le lance permettendo loro di passare.
Ora toccava a loro tenere la bocca spalancata a mo di casa d’accoglienza mosche madri bisognose d’affetto.
- Co…co…come hai fatto? Di…di…diccelo subito o ti togliamo il saluto. – L’espressione di Did era molto, ma molto determinata.
Did infatti balbettava in poche occasioni, per esempio quando era molto arrabbiata.
Luciana avrebbe voluto mantenere la suspense ancora per un po’ di tempo, ma capì che forse non era il caso e così svelò il contenuto della telefonata alle sue amiche, tenendosi fuori della portata delle orecchie delle due guardie.
Intanto stavano percorrendo quella che sembrava la via principale del paese.
Doveva essere un paese che teneva molto all’ambiente, non circolavano né macchine né altri automezzi a motore.
Vi erano solo delle biciclette che passavano dal lato destro della strada, dal loro lato destro.
Sembrava che tenessero la destra tutti, anche le persone a piedi.
Non vi era un marciapiede, ma solo un selciato di sampietrini.
Le poche biciclette vibravano percorrendo quella strada, non doveva essere facile andarci in bicicletta.
La gente sembrava vestire in un modo piuttosto eccentrico, immaginatevi un’accozzaglia di colori, la più bizzarra possibile.
Le donne usavano indossare gonne lunghe e colorate, gli uomini pantaloni sino al polpaccio, diciamo tipo pinocchietti per farvi capire.
Anche in questo ognuno faceva un pochino come gli pareva, c’era, infatti, un vecchietto con la barba e una lunga gonna nera e una ragazzina con un paio di pantaloncini gialli.
Ecco la piazzetta dove in molti erano seduti su un muretto con lo schienale a forma di ferro di cavallo.
Al centro della piazza una bella fontana, che sprizzava verso l’alto un bel getto d’acqua.
Ai lati tanti piccoli getti che confluivano in una vasca centrale.
Did era sempre attirata dalle fontane, soprattutto adorava i pesci che spesso nuotavano nelle vasche e così fu la prima ad avvicinarsi al bordo.
Lo spettacolo che vide le fece strabuzzare gli occhi.
Nella fontana non c’erano pesci, ma rane.
Tante piccole rane gialle e verdi che a turno si tuffavano da alcuni sassi colorati messi lì apposta.
Decisamente era uno strano posto quello in cui erano capitate.
Stavano riflettendo a tutto questo quando, tutto trafelato, videro avvicinarsi lo stesso buffo personaggio che avevano visto appena avevano passato al siepe, quel biondino correva verso di loro.
Muovendo la testa nel suo buffo modo, il personaggio disse:
- La principessa Fina vuol vedervi, subito, presto, andiamo al castello, seguitemi, prescelte.-
Un parlare strano il suo, quasi con affanno, parole che uscivano a fatica da quella bocca.
Poi, senza dar loro il tempo di rispondere, saltellando si mise in cammino.
Le tre ragazze incuriosite lo seguirono.
La strada ora era in salita e ogni tanto alcune persone si affacciavano alle finestre per guardarli.
Bisbigliavano tra loro e sorridevano, alcuni salutavano, almeno alle ragazze quello sembrava un saluto.
Si toccavano la fronte e mandavano un sorriso.
Eppure c’era qualcosa di strano e insolito in quel paese, qualcosa che non aveva a che fare con i suoi abitanti o con il paesaggio.
Non era nemmeno la mancanza di automezzi, mancava qualcos’altro che nessuna delle tre si riusciva a spiegare.
Uno strano gong ripetuto interruppe i pensieri delle ragazze.
Il gong sembrava provenire dalle tasche di Did, poi si interruppe.
Did guardò il suo cellulare, era arrivato un messaggio, ma accidenti quando mai aveva messo un gong di avvertimento per i messaggi?
“ Salutate la principessa toccandovi la fronte e non inchinatevi è una offesa.”
Il messaggio arrivava da…un numero assurdo 00000.
Did, che non era “crepata” come Luciana riferì subito alle sue compagne quanto aveva letto.
- Certo che di misteri in questo posto troppi ve ne sono, forse io sto sognando e voi siete nel mio sogno. -Disse Giàluna.
- Niente affatto, sono io che sogno e voi siete nel mio sogno.- Le rispose Did.
- Questa è bella, ma se sono io che sogno.- intervenne Luciana.
La discussione stava per degenerare quando arrivarono alla soglia del castello.
Castello che era circondato da un grosso e profondo fossato, sul cui fondo grosse forme scure si muovevano nell’acqua.
Anche qui c’erano le stesse guardie in divisa, solo che non fecero alcuno gesto per fermarle, anzi al loro passaggio alzarono le lance in segno di saluto.
Sulla punta sembrava avessero, delle zucchine dorate, ma ormai di stranezze ne avevano viste abbastanza e non ci facevano più caso.
Il castello, a prima vista almeno, sembrava un normale castello.
Un ingresso ampio con tante guardie che si stavano esercitando a marciare e molta gente indaffarata.
Ai lati di una parete due ritratti uno di un signore molto anziano con una corona che sembrava una coppa gelato in testa e nell’altro ritratto una donna sorridente, anche la donna era piuttosto anziana.
Sbucarono in un cortile con al centro un pozzo da cui una ragazza stava attingendo dell’acqua.
Alcuni stavano portando bottiglie e altri muovevano un carretto pieno di sacchi.
Il loro biondo accompagnatore si era avvicinata a una signora piuttosto cicciotella dal viso dolce e buono.
Insieme si avvicinarono alle ragazze.
La donna salutò toccandosi la fronte e le ragazze risposero al gesto di saluto.
- Sono Sara la segretaria della principessa, la principessa Fina non vede l’ora di conoscervi.
Che bello che siete qui, è tanto che vi aspettavamo.
Cacca di rospo, sono contenta, ops scusate la parolaccia.-
Senza dare tempo alle tre ragazze di rispondere prese per mano Giàluna e iniziò a salire le scale.
La stanza della principessa era coloratissima e piena di luce.
La principessa Fina le aspettava al centro del stanza un sorriso sul volto.
Una donna sui quaranta era la principessa.
Capelli neri e lisci, molto magra, un sorriso triste, pelle olivastra con degli occhi dal colore indefinibile tendenti allo scuro.
Una principessa molto dolce dall’aspetto e molto malinconica.
Stavano per inchinarsi quando si ricordarono del messaggio e si limitarono a toccarsi la fronte.
- Benvenute nel nostro mondo ragazze prescelte, che la vostra magia possa aiutarci e che possiate trovarvi come a casa vostra nel mio mondo.
Immagino che vogliate sapere molte cose da me.-
Mentre parlava si muoveva e con un gesto della mano invitò a sedere su delle poltroncine di vimini le protagoniste, Sara e persino lo strano personaggio che le accompagnava.
Questo ultimo però si accomodò su dei cuscini che erano poggiati a terra.
- Si molte cose volete sapere da me e vedo dai vostri volti che vi ho incuriosito ancora di più.
Ho due figli maschi e il piccolo ha la vostra stessa età, eppure voi dimostrate molto di più dei vostri anni.-
Le tre ragazze non proferivano parola, erano affascinate dal tono della principessa e dai suoi modi gentili.
Le parola “magia” e “nostro mondo” erano le cose che più di tutte volevano una risposta quasi immediata.
La principessa però iniziò a raccontare.
- Noi non possiamo entrare nel vostro mondo, almeno non come potete farlo voi senza trasformarvi.
Quando ci accade, molto raramente di accedervi, voi non vi accorgete di noi.
Anche di questo dovremo parlare, come dei pericoli che ci sono ad attraversare le soglie segrete.
Questo paese è governato da re Aurelio, il cui ritratto avrete notato entrando nel castello. –
Le ragazze annuirono con la testa.
-Sua moglie, la buona regina Clotilde è morta alcuni anni lasciando un vuoto incolmabile nel suo cuore.
Re Aurelio ha un solo figlio maschio, mio marito il principe Emanuele, che alcuni chiamano il principe nero, perché spesso è imbronciato, soprattutto da quando ha perso sua madre.-
La principessa ebbe un lieve sobbalzo e guardò verso la porta interrompendosi.
Un uomo era appena entrato.
Un uomo alto, capelli radi neri e ricci, robusto e con un paio di folti baffi scuri.
Guardò le ragazze senza salutarle e guardò con evidente disappunto la loro guida.
Giàluna, Luciana e Did ebbero un senso di antipatia verso quella persona, antipatia che sembrava essere ricambiata da indifferenza.
Quello doveva essere senza dubbio il principe Emanuele, il principe nero.
- Fina, ne hai per molto? Dopo che hai finito con queste bambine passa da me perché ho bisogno di parlarti.-
Il tono della voce dell’uomo era aspro, duro nessuno spazio ai sentimenti.
Le ragazze erano diventate rosse, quell’uomo le aveva chiamate bambine e dire che avevano quasi, quasi dodici anni e facevano la prima media, altro che bambine, che persona antipatica.
Dette queste parole uscì senza nemmeno aspettare la risposta della principessa.
Le mani di Fina giocherellavano con i braccioli della poltrona, evidente segno di imbarazzo.
Giàluna avrebbe giurato, che la donna stava facendo di tutto per non piangere.
Si schiarì la voce e si rivolse di nuovo alle ragazze.
- Iniziamo da una cosa per volta.
Voi siete arrivate nel nostro mondo non per caso, sono stata io che vi ho chiamato e di questo sin da ora vi chiedo scusa. –
- Guardi.-
Iniziò Giàluna.
– Si sbaglia, noi siamo arrivate nel suo mondo solo perché io avevo smarrito il mio gatto, Pasquino.
Si era ficcato sotto una siepe e noi siamo andate a cercarlo, forse lei voleva chiamare qualcun altro, non so, forse, mi perdoni se mi permetto, forse si sbaglia principessa.
Noi siamo solo tre ragazze capitate per caso.-
Sia Sara che il loro accompagnatore a queste parole scoppiarono in una fragorosa risata.
In particolare l’accompagnatore sghignazzava e si rotolava per terra come un pagliaccio.
- E’ molto che hai un gatto Giàluna? -
- Alcuni mesi maestà, principessa non so come chiamarla. Pochi mesi ma ci sono molto, ma molto affezionata.-
La principessa stava evidentemente cercando di non ridere, alzandosi dal suo trono disse.
- Bene ragazze, vogliate un attimo scusarmi, ma è meglio che raggiunga mio marito per vedere di cosa ha bisogno, è una gran brava persona se non si arrabbia e bisogna sempre rispettare il proprio marito. A presto.-
Per educazione le tre ragazze si alzarono per salutare e si rimisero a sedere subito dopo.
Luciana borbottava qualcosa tra se e se, scuotendo la testa.
- Ma certo, ecco cosa c’è di diverso in questo paese, ecco cosa mi colpiva e non capivo.
Come abbiamo fatto a non accorgercene tutte?-
Le altre due la guardavano con fare interrogativo.
Sara la stava guardando sorridendo mentre la guida ora era attentissima.
Luciana continuò.
- Nel nostro mondo siamo così abituati a vederli, sono così diffusi che nemmeno ci accorgiamo di loro.
Invece da quando siamo arrivate in questo mondo non ne abbiamo visto nessuno.-
Si udì un rumore fortissimo dalle stanze vicine e sembrava che qualcuno stesse litigando.
- Scusatemi prescelte, ma vado a vedere se la principessa ha bisogno di me.-
Sara corse nelle altre stanze, sembrava molto preoccupata.
Did cercò di spezzare la tensione che si stava accumulando in quella stanza.
- Ti ri….ri…riferisci alle macchine? Gu…guarda che l’abbiamo de…detto su…subito che in questo mondo non ci sono automobili o altri me…mezzi di trasporto a motore.-
Giàluna scuoteva la testa, capiva che Luciana si riferiva ad altro e intanto continuava a guardare la loro guida che ora le stava sorridendo.
- Non ci sono ne cani ne gatti in questo mondo, a dire il vero non credo vi siano proprio canidi o feline se c’erano li avremmo visti. -
- Brava Giàluna ci sei arrivata anche tu.- Le rispose Luciana.
- Non possiamo entrare nel vostro mondo senza trasformarci .- così ha detto la principessa triste, poi Giàluna continuò – da quanto tempo hai un gatto? Ti ho chiamato io, oddio non è possibile, ecco perché avevi un’aria familiare, sei Pasquino?-
Il loro accompagnatore ora rideva come un matto e faceva capriole per terra.
- Scusi tanto signorina Giàluna, ma faccio così perché mi devo riabituare alle mie fattezze originali, per troppo tempo sono stato un gatto e debbo dire che mi sono anche molto divertito.
In questo mondo non mi chiamo Pasquino.
Permetta che mi presenti, sono Dubbiolino, capitano della guardia imperiale e addetto alla sicurezza della principessa Fina.
Però se a lei fa piacere può continuare a chiamarmi Pasquino.-
Le tre ragazze lo guardavano con un misto di incredulità, stupore, divertimento e un senso di euforia, quasi fossero ubriache.
- Gufio, un capitano, ho avuto un gatto che è un capitano.-
Proprio in quel mentre Sara ritornò.
- La principessa si scusa, ma ha un terribile mal di testa e vi prega di pazientare sino a domani per avere tutte le spiegazioni che meritate.
Il capitano Dubbiolino vi accompagnerà nel salone dove potrete cenare dopo vi porterà alle vostra stanza, dove potrete riposare e lavarvi.
Farà in modo che tutto sia di vostro gradimento.
Se qualcosa non vi dovesse piacere ditelo pure, vedremo di accontentarvi nei limiti del regolamento del regno.
Ora vi lascio a lui, debbo occuparmi della principessa, benvenute prescelte e trascorrete una bella nottata, a domani.-
Detto questo, si portò la mano alla fronte nel gesto di saluto e sparì.
Pasquino invece, prese per mano Did e fece segno alle altre di seguirlo.
Le tre ragazze erano così frastornate che non sapevano davvero da che parte cominciare a fare domande.
Il capitano le portò in un salone, lì trovarono una grande tavola imbandita.
In piedi vi erano delle ragazze che iniziarono a portare vassoi pieni di cibo fumante.
Iniziarono con una specie di brodino, seguito da alcune palle che avevano sapore di formaggio e pomodori.
Alla fine una sostanza dolciastra e gialla seguita da mele e pere.
Si erano accorte di aver saltato il pasto di mezzogiorno, per cui era particolarmente affamate.
Di solito erano piuttosto schizzinose nel mangiare, ma erano affamate, Did non mangiava frutta, Giàluna odiava il brodo e Luciana non sopportava nemmeno l’odore del formaggio, eppure, grazie alla magia della fame, mangiarono tutto e in abbondanza..
A un certo punto, Luciana, venne assalita da una impellente necessità e sperò fortemente che in quel mondo vi fosse un locale adibito a quelle funzioni.
Arrossendo fortemente si rivolse a una cameriera, preferì evitare di rivolgersi a Pasquino.
- Scusi signorina, saprebbe indicarmi un bagno? -
La cameriera la guardò incuriosita, cortesemente le rispose.
- La piscina è nel piano inferiore, ma è sconsigliabile andare a nuotare dopo mangiato.-
Il dubbio era ora molto più forte ed era frammisto a terrore.
Insomma possibile che non avessero questi bisogni corporali in quel mondo?
- Non debbo andare a farmi un bagno. È un nostro modo di dire, insomma dove posso fare pipì? -
Dicendo queste parole la ragazza era diventata rosso fuoco.
- Mi scusi, non avevo capito venga che l’accompagno.-
Per fortuna le loro abitudini erano molto simili a quelle terrestri, fatto salvo solo la forma di alcuni oggetti utilizzati per certe funzioni corporali che dopo mangiato evitiamo di nominare.
Intanto Giàluna continuava ad interrogare Pasquino.
- Così se voi entrate nel nostro mondo vi trasformate in gatti o cani? così vi succede?-
- Non esattamente, rispose Pasquino. Noi di Bislacchia ci trasformiamo in gatti, quelli di Fiordiloto in cani.-
- Come supponevo, per questo forse non ci sono gatti o cani in questo mondo. –
Pasquino evitava però. Di rispondere a domande che riguardavano il motivo della loro presenza nel loro mondo, dava solo indicazioni generiche su usi e costumi degli abitanti.
Dopo che anche Did e Giàluna poterono usufruire del gabinetto, finalmente arrivò il momento di andare a letto.
Sarebbe stata una bella nottata ed al mattino tutto sarebbe sembrato diverso, molti dubbi sarebbero stati sciolti.
Una bella nottata, almeno così speravano le tre ragazze.
Sara tornò per accompagnarle nella loro stanza, aveva chiesto prima loro se preferivano tre stanze diverse o una in comune con tre letti e naturalmente le ragazze avevano scelto quella unica.
Era una bella stanza ampia con tre lettini al centro, una grande porta finestra che dava su un balcone con una bella tenda verde.
Nei quattro angoli c’erano delle luci, l’illuminazione in quel paese era data ovunque da dei tubi che sembravano come dei neon, di forma rettangolare.
Su una parete c’era un grosso specchio, proprio sopra a una specie di cassapanca.
I lettini erano di tre colori diversi, uno arancione, uno prugna e uno giallo canarino.
Ai lati dei lettini c’era una piccola sponda, tipo lettini da bambini, ma molto piccola.
I letti erano sia in larghezza che in lunghezza più grandi dei letti dove erano abituate a dormire le ragazze.
Anche in questa stanza c’era il ritratto di re Aurelio con accanto sua moglie, in questo però tenevano per mano un ragazzo.
Giàluna avrebbe giurato che quel ragazzo altri non era se non il marito della principessa da piccolo, stessi occhi furbi, stessa faccia antipatica.
Sara si diresse subito a controllare che tutte le finestre fossero ben chiuse.
Non si curò di tirare la tenda, dall’esterno non veniva che un soffuso chiarore, nessuna luce artificiale.
- Per nessun motivo, per nessuna ragione dovete aprire queste finestre durante la notte.
Nessuna ragione, ci sono cose che non conoscete del nostro mondo.-
Mentre diceva queste parole, una piccola luna stava sorgendo in un cielo notturno pieno zeppo di stelle, così fitte che in alcuni punti formavano una specie di nebbiolina.
Le ragazze stavano guardano lo spettacolo notturno, quando accanto alla prima piccola luna ne sorse una seconda ancora più piccola.
Se fino ad allora avevano dei dubbi di trovarsi ancora a Pescocostanzo, ecco ora quei dubbi erano del tutto svaniti.
Quello fuori doveva essere il parco, alcuni alberi estendevano i rami sino alle finestre.
- Bene-
Disse ancora Sara. –
- In quel vassoio sotto lo specchio avere da bere e se avete fame anche degli spuntini, se doveste aver bisogno di aiuto, basta che tiriate questa fune sopra la porta.-
Così dicendo indicò una funicella dorata.
Salutò con la mano sulla fronte e stava per uscire quando Giàluna lanciò un urlo.
Giàluna guardava qualcosa tra i letti.
Did e Luciana accorsero per vedere cosa ci fosse e urlarono a loro volta.
Sara invece non sembrava preoccupata però.
- Cacca di rospo, scusatemi, sono una stupida, dimentico che venite da un altro mondo.
Vi assicuro che è buonissimo e vi terrà compagnia tutta la notte, anzi, diciamo che vi proteggerà il sonno.-
- Gufio, ma è un rospo gigante.- disse con voce indignata Giàluna.
Giàluna stava indicando infatti un bel rospo di circa un metro di lunghezza, appena poco più piccolo di larghezza, che se ne stava in una specie di canestro in vimini bordato di cuscini, quasi fosse un cane o un gatto.
- Un rospostro silenzioso per la precisione, di sesso maschile. Non preoccupatevi per lui, non salta mai sul letto e non si avvicina a voi se non per difendervi. –
- Difenderci da chi e da cosa? – Luciana era piuttosto arrabbiata.
Sara tagliò corto.
– Domani capirete meglio tutto, fidatevi e dormite ora.-
Così dicendo uscì senza dare tempo alle ragazze di dire altro e chiuse la porta.
- Io accanto a quel coso non ci dormo, dai spostiamo i letti senza svegliarlo dal sonno, almeno mi sembra che stia dormendo.- Giàluna sembrava la meno disponibile delle tre alla coesistenza pacifica con quell’animale.
Così fecero e stanche come erano si misero subito nei loro letti.
La luce si stava affievolendo, la stanza stava entrando in penombra e le tre ragazze stavano per appisolarsi quando sentirono un ticchettio sul vetro.
Did si alzò per vedere quale fosse la causa di ciò.
Intanto al ticchettio stava aumentando.
Sembrava che degli insetti stessero andando a sbattere sul vetro.
Avvicinatasi alla finestra scoprì la causa del rumore.
- Dio mio che schifo. – Urlò e senza nemmeno balbettare.
Giàluna e la principessa triste
(Secondo Capitolo delle terre Bislacche)
Una decina di insetti simili a lumache senza guscio, sono attaccati al vetro con delle ventose.
Chi ha un acquario, conosce i pesci pulitori e la ventosa che hanno sul muso, ecco quegli insetti ricordavano molto i muso di quei pesci.
Gli insetti avevano grosse ali verdastre e avevano un aspetto viscido e repellente.
Ogni animale era poco più grande di una cavalletta.
Attirate dall’urlo della loro amica anche Verdeluna e Luciana andarono alla finestra.
Luciana strinse forte la mano di Giàluna erano orrende quelle bestie.
La poca luce esterna non permetteva di distinguere bene, sembrava che ci fosse una nuvola di quegli animali la fuori.
- Gufio che schifo, ora capisco perché ci ha detto Sara di tenere chiuse le finestre. –
Giàluna era furiosa, mentre le due ragazze si stringevano a lei in cerca di protezione.
- Avrebbe dovuto avvertirci, di una cosa così brutta. –
Anche Did era profondamente irritata.
Tutti gli insetti hanno sempre una grossa capacità d’intrusione.
Riescono, alle volte a trovare il modo di infilarsi in aperture molto piccole.
Sotto la finestra di quella camera c’era un piccolo buco, buco che era stato coperto con dello stucco, ma il lavoro non era stato fatto alle perfezione.
Forse a causa del tempo, forse a causa della pioggia, il buco sotto la finestra si era allargato.
Uno di quegli insetti più intraprendete degli altri, si aprì un varco e riuscì a entrare.
Nessuna delle tre ragazze si accorse di nulla.
L’urlo di dolore di Luciana fece voltare le sue amiche,
Sul braccio della ragazza si appiccicò uno di quegli insetti, attorno a dove si era attaccato l’insetto, si formò in poco tempo una grossa macchia rossa. - E’ una sanguisuga, oddio non si stacca.-
Luciana era nel panico, tentava di strappare l’animale, ma non ci riusciva, sembrava si fosse agganciata alla sua pelle.
In quel momento si sentì lo schioccare di una frusta.
La lingua del rospo, lunga più di un metro, aveva agganciato l’insetto e dopo averlo strappato con strana facilità, aveva portato l’animale in bocca.
Ora se ne stava tutto tranquillo a masticare, quello che sembrava il suo cibo preferito.
Luciana si allungò sul lettino, le due ragazze iniziarono a cercare il posto da dove si fosse introdotta la bestia.
Ad aiutarle, ancora una volta, fu il rospo.
Una sanguisuga stava cercando di entrare nella stanza e il rospo con un colpo di lingua se lo mangiò.
Trovato il buco Did infilò un suo calzino nell’apertura.
Giàluna, forse per sdrammatizzare, disse.
- Certo che nessun insetto si avvicinerà ora che hai messo un tuo calzino Did, con quel profumo che manda. –
Forse a causa della tensione che ei era accumulata, sicuramente per il nervoso, le tre ragazze scoppiarono in una fragorosa risata.
Intanto il rospo ripassò la lingua sulla ferita del braccio di Luciana e il rossore scomparve.
Questo rospo iniziava a diventare simpatico alle tre ragazze.
Passò almeno un’ora prima che le tre riuscissero ad addormentarsi.
Sara avrebbe dovuto spiegare loro molte cose il mattino successivo, questo mondo non era affatto tranquillo come sembrava.
Chissà quanti altri pericoli nascondeva e poi dovevano ancora scoprire il motivo per cui si trovavano in quel mondo.
Strana davvero è la vita, così piena di sorprese e di cose che non ti aspetti.
Alle volte capita che tute le tue convinzioni, tutti i tuoi “non lo farei mai” cambiano e ti ritrovi a fare cose che non avresti mai immaginato di fare.
Tanto erano schizzinose le nostre tre protagoniste, tanto provavano ribrezzo per quel rospo, tanto ora gli erano affezionate.
Sara le aveva trovate la mattina con i tre lettini messi a triangolo attorno al rospo e con le mani penzoloni lo stavano persino, sfiorando.
- Sveglia fanciulle è ora di alzarsi e Borgo ha bisogno di prendere aria. -
La donna spalancò i balconi e nella cameretta entrò una folata di aria profumata.
Nessuna traccia degli orrendi insetti notturni.
Sara notò il calzino messo per tappare il buco sotto la finestra e capì che qualcosa non era andata per il verso giusto.
- Dubbiolino mi sente oggi, gli avevo detto di controllare bene la stanza, questa fessura non doveva esserci.
E’ successo qualcosa stanotte ragazze? –
La voce di Sara era preoccupa.
Luciana si stava stirando in quel momento e le mostro il braccio.
Il rossore era sparito quasi del tutto, ma permaneva una piccola bolla nel punto in cui era stata morsa.
- Ecco, una di quelle bestiacce mi si è attaccata in questo punto, un dolore che non immagini.
Se non fosse stato per il rospo…
Potevi avvertirci, potevi dirci di quegli animali schifosi. –
La voce della ragazza aveva assunto un tono quasi isterico.
- Vogliamo tornare a casa Sara, questo non è il nostro mondo, i nostri genitori ci stanno cercando.
Fateci tornare indietro. –
Due grossi lacrimosi stavano tentando di uscire da quegli occhioni.
Giàluna e Did annuivano e presto, una tempesta di lacrime uscì da quegli occhi.
- Hai ragione cucciolo, avete ragione, ma presto capirete tutto, vi spiegheremo ogni cosa.
Ora lavatevi e vestitevi.
Negli armadi troverete tutto quello che vi serve per cambiarvi e nella stanza accanto trovate dove lavarvi.
Prima di uscire, sistemate la cameretta, l’ordine è una cosa importante e ci sono punizioni terribili per chi non è ordinato da noi. –
La donna non aggiunse altro, schioccò le mani e il grosso rospo le volò tra le braccia con un grosso salto.
Affettuosamente lo accarezzò sulla fronte.
- Borgo andiamo a fare una passeggiatina, non sta bene stare nella stanza delle prescelte mentre si preparano. –
Stava per uscire, quando ripeté ancora una volta la sua imprecazione.
- Cacca di rospo. –
Dette queste parole uscì con l’animale tra le braccia.
Tra singhiozzi e rabbia Giàluna fu la prima a reagire.
- Mettete a posto la vostra cameretta? Peggio di mia madre, ma dico io.
Dopo quello che è successo di cosa di preoccupa?
Che schifo, mi mancano i rimproveri di mia madre, pensate un pochino. –
Poi, mentre si stava andando a lavare, splash.
Questa volta, “cacca di rospo” non voleva essere una imprecazione, ma un avvertimento.
Quelle disgraziate di Luciana e Did si misero a ridere a crepapelle, ma Giàluna urlando e imprecando andò a lavarsi.
Arrivarono nella sala grande a fare colazione e Dubbiolino le accolse con un gran sorriso.
- Siete bellissime stamattina prescelte. -
Le tre ragazze indossavano lunghe gonne colorate e avevano scelto delle magliette che a loro avviso si intonavano perfettamente.
Nel mondo dei Bislacchi i gusti per l’abbigliamento erano molto particolari.
A dire il vero la cosa contrastava molto con il loro concetto di ordine.
Dimenticavo, naturalmente, prima di uscire dalla loro stanza provvidero a sistemare tutto in ordine
- Prescelte ho saputo di stanotte, Sara mi ha molto rimproverato.
Davvero non capisco come sia successo, ho controllato attentamente la vostra stanza.
Nessuna vampisuga sarebbe dovuta entrare.
In questo mondo ci sono cose che…-
La parola gli rimase strozzata in gola.
Proprio in quel momento era comparso sulla soglia il principe Emanuele. Educatamente lo salutarono con la mano sulla fronte, quello rispose quasi sgarbatamente e fulminò con lo sguardo Dubbiolino.
- Capitano, mi hanno riferito dell’incidente alle bambine, venga nella mia stanza che le debbo parlare. -
- Si principe, obbedisco. –
Come stava antipatico alle ragazze quel tipo, Giàluna stava per scoppiare, non sopportava che qualcuno la chiamasse bambina.
Quasi dodici anni altro che bambina.
La colazione lunga e abbondante, le tre ragazze non erano particolarmente golose.
Eppure quella mattina si rimpinzarono di tutte quelle leccornie che era in tavola con gusto e voracità.
Probabilmente era un effetto dell’emozione di trovarsi in quel posto fantastico, certo che se avessero mantenuto quel ritmo anche nei giorni successivi, le ragazze sarebbero diventate molto più rotonde.
- Che buono questo ragazze. -
Diceva Did prendendo una specie di pasticcino.
- Troppo superlativo quest’altro. -
Le faceva eco Giàluna assaggiando un biscotto ricoperto di cioccolato e nocciole.
Nessuna traccia intanto né di Sara né di Dubbiolino e la cosa iniziava a farsi preoccupante.
Dopo circa un’ora che erano lì, Sara fece la sua comparsa.
Lo sguardo allegro era cambiato alquanto, la donna aveva il volto scuro e imbronciato.
- Ragazze debbo comunicarvi alcune cose importanti. –
Giàluna notò che non aveva usato il termine prescelte nel nominarle e la cosa le puzzava di bruciato.
- Abbiamo deciso, che il vostro posto non sia qui, è giusto che torniate a casa.
I vostri genitori sono sicuramente preoccupati ed è ora che torniate nelle vostre case. –
Una ragazza di undici anni arrabbiata è una tortura per le orecchie, figuriamoci tre.
- Cosa? Prima ci fate venire in questo vostro mondo e poi ci ripensate? – Giàluna era furiosa.
- Deve essere stato il principe vero? Che tipo antipatico. –
Did era rossa come un peperone.
- E che ca…cchio ma che modo è? Siamo in un mondo magico e andiamo via così senza sapere nulla? Se fosse una favola sarebbe la più schifosissima favola mai letta. -
Luciana stava fulminando Sara con i suoi occhi.
La povera ancella scuoteva il capo tristemente.
- Questa non è una favola, è la realtà e la realtà non ha le regole delle favole.
E’ stato deciso così e non potete opporvi.
Oltretutto non potete parlare così del principe, nonché erede al trono del regno di Bislacchia.
Troverete i vostri vestiti in camera, dovete sbrigarvi vi debbo accompagnare al varco prima cha faccia buio o arriveranno le vampisughe e allora si che saranno problemi.
Cacca di rospo, non ho altro da dire. –
La donna scappò fuori dalla stanza, sembrava che stesse per piangere.
Le ragazze andarono a cambiarsi in fretta, l’idea di essere assaliti da quelle bestiacce, mise loro le ali ai piedi.
Le tre ragazze, Sara e il rospo Borgo avanzavano nel bosco.
- Perché ci hai dato vestiti sporchi? Sono più sporchi di quando li abbiamo tolti e hanno anche degli strappi che non avevano.-
- Non vorrete tornare Did nel vostro mondo tutte belle pulite? Vi siete perse nel bosco, non potreste giustificarvi con i vostri genitori.-
l rospo sei era fermato e osservava un albero, un salice vicino a loro.
Anche Giàluna voleva risposte.
- Gufio, ma almeno, ci dici perché siamo state chiamate in questo mondo? Prima ci chiamate prescelte e ci accogliete come salvatrici e poi…–
Sara rifletté un attimo prima di rispondere.
- L’equilibrio di questo mondo è stato rotto, ci sono pericoli che prima non c’erano e voi avevate la magia per riportare forse l’equilibrio. Un tempo i regni di Bislacchia e Fior di Loto vivevano in pace e in armonia tra loro.
Gli insetti dannosi erano pochi e vivevano soprattutto nella foresta e anche gli altri animali feroci, che per fortuna non avete incontrato, erano rari e non attaccavano quasi mai l’uomo.
In quel tempo la Principessa Lù andò in sposa al principe Giuseppe e ci furono grandi festeggiamenti.
Quando nacquero i figli della principessa il regno prosperava e tutti erano felici.
A quel tempo non c’erano sette segrete o tensioni di guerra. –
- Principessa Lù? Ma non si chiama Fina? –
Luciana era stata in silenzio sino a quel momento.
Luciana sentiva che sarebbe successo qualcosa, non potevano tornare così nel loro mondo, era stupido, non aveva senso.
Era rimasta in silenzio sino a quel momento aspettando che accadesse qualcosa, qualcosa che avrebbe fatto in modo che loro restassero, solo che non accadeva nulla.
- Il principe l’amava tantissimo e fu proprio lui a ribattezzarla Fina per i suoi modi aggraziati.
I principi possono cambiare il nome della loro sposa nel nostro mondo,se la loro sposa acconsente, nel vostro sono solo i genitori a decidere il nome nel nostro chiunque può cambiarlo.-
Giàluna intanto, aveva riconosciuto il punto in cui erano entrate nel mondo.
All’avvicinarsi del momento il sentimento del voler restare aveva lasciato il posto alla nostalgia di casa, della mamma e di suo padre.
- Si sta facendo sera, dovete andare ragazze, il rospo può proteggere una o due persone all’aperto, lo sciame ci attaccherebbe se fossimo in quattro e alla fine moriremmo. -
Rospo Borgo ora fissava una quercia in modo strano, ma nessuna sembrò farci caso.
- Ma ci sono ancora mille domande che non hanno risposta, non sappiamo perché è triste la principessa, il mio gatto, volevo dire il capitano Dubbiolino che fine ha fatto? -
- Non ho tempo di rispondere ora, andate ragazze. –
La voce di Sara era strozzata, a fatica ricacciava le lacrime.
Abbracciò una ad una le ragazze che piangevano e non avevano il coraggio di dire nulla.
Stavano per entrare nel varco quando sentirono una voce di ragazza da dietro la quercia.
- Quante bugie ti tocca dire cara Sara ahah, povere prescelte le inganni così? -
La ragazza era una donna sui venti anni, vestiva con una tuta verde scuro e aveva sulle spalle un animale che sembrava un incrocio tra un camaleonte e una scimmia nana.
- Eleonora, cacciatrice del regno di Fior di Loto che ci fai qui? Non è cosa che ti riguardi questa, vattene o avrai sulla coscienza la vita di queste fanciulle. -
- Hanno il diritto di sapere Sara, hanno tutto il diritto.
Sono una delle poche speranze che ci rimane per salvare il nostro mondo, lasciale a me le porterò in un rifugio sicuro. –
Sara fronteggiava la ragazza, era in una posizione che ricordava alle ragazze un film sul Karate.
Accidenti, stava per avvenire un combattimento.
Le tre fanciulle ora erano eccitate, prese dall’avvenimento, la paura degli insetti quasi sparita.
- Vattene Eleonora, vattene strega. -
Senza che le tre ragazze potessero fare un solo gesto, con la velocità di un lampo le spinse oltre la siepe.
Giàluna, Luciana e Did si ritrovarono per terra nel loro mondo.
- Che sta succedendo? Dove è finito Pasquino? Si è fatto notte che ci facciamo qui? -
Le tre ragazze si guardavano intorno senza ricordare nulla di quanto era accaduto.
Erano mancate da soli due giorni, la polizia le stava cercando ovunque.
Anche i giornali si erano occupati della loro misteriosa scomparsa.
Il telegiornale parlò del loro ritrovamento interrompendo una puntata del Maresciallo Rocca.
Si parlava della loro strana amnesia e si facevano mille supposizioni, si parlava di una radiazione o di qualche bacca velenosa.
In un programma si parlò del tentativo delle tre di coprire qualcuno e si facevano mille supposizioni.
Un settimanale scandalistico parlò di Ufo avvistati in quei giorni a Pescocostanzo, ma a parte Simona, la vecchia matta del paese, nessun altro disse di aver visto dischi volanti in quei giorni.
La cosa che più di tutto sorprese i genitori delle nostre protagoniste fu il cambiamento di carattere delle tre bambine, oddio volevo dire ragazze.
Erano diventate ordinate ed ubbidienti come non lo erano mai state.
Le cose non sono mai per sempre e anche questo miglioramento non durò per tutta la vita.
Presto la cameretta delle tre tornò a essere il solito campo di battaglia di tutti i giorni.
Dopo un mesetto, i genitori di Giàluna le regalarono una bella gatta siamese, molto più tranquilla di Pasquino.
Tutto sembrava aver ripreso il suo corso.
L’estate si stava avvicinando, erano gli ultimi giorni di scuola e le tre inseparabili amiche erano sedute a un tavolino a prendersi un gelato.
Soliti commenti sui ragazzi, soliti pettegolezzi sugli insegnanti.
Il cellulare di Luciana fece un bip strano, il rumore di un fulmine che cade.
Luciana guardò la provenienza 00000.
- ma che cacchio di numero è? –
Il testo era sibillino “ a rivederci a presto, prescelte”.
I misteri Bislacchi
(Terzo libro delle terre Bislacche)
Abbiamo lasciato Sara ed Eleonora nel mondo Bislacco, una di fronte all’altra pronte a combattere.
Eleonora non era riuscita ad impedire a Sara di scaraventare le ragazze nel loro mondo.
Ora era furiosa di tanta stupidità.
Sara era di dieci anni più grande di Eleonora, ma entrambe erano addestrate all’arte del combattimento.
- Hai mentito a quelle povere ragazze Sara, hai fatto credere loro che gli unici problemi del nostro mondo fossero le Vampisughe. -
Il rospo e il camaleontico delle due stavano intanto giocando sull’erba, il loro atteggiamento non aveva nulla di ostile e non si curavano delle loro rispettive padrone.
- Ho saputo che avete imprigionato anche il capitano Dubbiolino, ma Sara, come puoi essere complice di tutto questo? Tu ami la principessa come l’amiamo noi di Fior di Loto.
Cosa hai fatto credere a quelle povere ragazze? –
Sara era rossa dalla rabbia e dalla vergogna, sapeva che quello che le stava dicendo Eleonora era la sacrosanta verità, ma proprio perché amava la sua principessa, doveva preoccuparsi di difenderla.
- Le ragazze pensano che il capitano sia stato punito per un errore sulla loro sicurezza, un buco nella finestra, ma altro non posso dirti Eleonora. -
Poi, guardando il cielo, continuò.
- Ora però si sta facendo scuro e le vampisughe stanno uscendo dalle tane.
Questo a causa della vostra avidità, le avete spinte fuori dalla foresta abbattendo molti degli alberi dove vivevano.
Avete combinato un disastro con la vostra stupidità e la vostra avidità. –
La voce di Sara esprimeva tutto il suo disprezzo.
Il cielo si stava scurendo e già la prima luna era salita nel cielo.
- Presto Sara, continueremo dopo questa discussione, andiamo da Stefania, la strega della foresta, conosco il suo rifugio. -
Presi i loro piccoli preziosi aiutanti in braccio le due donne corsero sino ad una capanna poco distante e perfettamente mimetizzata dall’erba.
- Stefania facci entrare, sono Eleonora e ho con me una compagna. -
La porta ricoperta di edera fittissima si aprì cigolando in modo sinistro, le due donne entrarono nella casa di Stefania.
Sembrava proprio l’antro di una strega, buio e tetro.
Una candela poggiata sul teschio di un animale dotato di grossa ed affilata dentatura.
In fondo, una pentola posta sul fuoco di un caminetto, vapori verdastri che si alzavano nell’aria.
Erano abituate ai mostruosi animali del loro mondo eppure lanciarono un grido al vedere la grossa iguana che le fissava con occhi di fuoco.
A dire il vero di tempo non né ebbero poi molto per riflettere, la grossa bestia aprì la bocca e sputò un liquido schiumoso alle due donne paralizzandole all’istante.
Il rospo e il camaleonte, visto come si stavano mettendo le cose, scapparono fuori dalla porta aperta, decisamente quella iguana era troppo grande per loro.
- Teresa, che fai? – una sinistra risata echeggiò nella stanza.
Una piccola bella donna accarezzava la testa del grosso rettile con amorevolezza e dolcezza, evidentemente Teresa era la sua iguana.
- Vai bella, vai nel bosco a giocare con le vampisughe, ma non mangiarne troppe che dopo non mi rientri nella porta. -
Di nuovo la sua risata argentina echeggiò nella stanza, il tono lasciava intuire una grossa dose di crudeltà nella donna.
Guardò il pavimento dopo aver ben bene richiuso la porta.
- Cosa ci fanno di sera nel bosco due donne di corte come Sara e Eleonora?
I vostri paesi sono sull’orlo di una guerra e voi cosa cercate nella casa della strega Stefania? -
Il grande pentolone sul camino continuava a bollire e un fumo verdastro andava a bagnare le pareti impregnandole del suo odore di muschio e orchidee.
Una strega molto diversa dalle solite Stefania, piccolina con un nasino molto intrigante.
La donna era più grande di età delle due prigioniere, ma non di molto.
Non indossava né la gonna lunga né i pantaloni, ma una veste che non arrivava alle ginocchia e che finiva frastagliata sul bordo.
Di certo Stefania non era avvezza a rispettare le regole e le mode di quel mondo.
Fuori si udì una specie di ululato, il bosco ora era pieno di pericoli.
Animali feroci nella notte uscivano in cerca di prede.
Stefania comunque non era certo indifesa, oltre a Teresa l’iguana, lei stessa era una macchina da combattimento e quando era necessaria era anche velocissima a fuggire.
Sara mosse gli occhi fissando la strega, non riusciva a muovere altro, tutti i suoi arti erano paralizzati.
In quel momento ripensò alle bambine a Giàluna, Luciana e Did.
Forse ora la strega le avrebbe uccise, ma almeno le bambine erano in salvo.
Si era affezionata a quelle ragazze, lei era stata contraria anche alla loro chiamata, troppi pericoli.
Ora finalmente erano tornate nel loro mondo ed erano salve.
Sara sperava che mai e poi mai sarebbero ritornate nel loro mondo Bislacco.
Capiva Eleonora quando l’accusava di essere stata bugiarda con loro, ma non aveva potuto agire diversamente.
No, non sarebbero più tornate in quel mondo si diceva, ma forse, forse si sbagliava Sara.
Quella notte qualcun altro si aggirava nel bosco, qualcuno che non aveva paura delle vampisughe e nemmeno dell’anaconda assassina.
Qualcuno che indossava la tuta coprente, qualcosa di molto simile a un Burka, anche se era una tuta, come il Burka aveva una retina per respirare e per guardare.
Quella persona incontrò il rospo e si chinò ad accarezzarlo, più avanti vide il camaleonte intento al suo pasto.
Era attorniato da vampisughe che non riuscivano ad attaccarlo, la sua lingua veloce ne catturava uno dietro l’altro.
Chi però stava facendo strage a più non posso di quei succhiasangue era l’iguana gigante, appena vide l’intruso, l’animale si voltò per lanciare il suo succo paralizzante.
Se c’era una cosa che sapeva fare molto bene l’animale, era quella di proteggere la sua padrona da ogni intrusione.
La figura ammantata però fu più veloce, con un colpo di bastone toccò una cresta sulla testa dell’animale.
Per poco l’iguana non soffocò, alzò il collo e velocemente fuggì da quella strana figura.
L’essere ammantato alzando le spalle con un gesto di sufficienza, proseguì verso la casa della strega.
La porta della capanna si spalancò di colpo.
Con un calcio lo sconosciuto aveva scardinato la rozza serratura.
Appena entrato lo straniero richiuse di colpo la porta.
Non abbastanza in fretta però da impedire a due vampisughe di entrare nella stanza.
Il bastone roteò nelle mani di quella strana figura e colpì a volo di due immondi insetti.
Stefania era scioccata da quella intrusione, non si sarebbe aspettata mai che venisse sino a lei.
Conosceva la sua identità, sapeva che quella era una macchina da combattimento tra le più pericolose di quel regno.
Senza lasciare il suo bastone l’intruso si chinò a toccare il collo di Sara, le sue dita toccarono la iugulare e poi fecero una pressione sul naso. Poi si avvicinò ad Eleonora ripetendo la stessa operazione anche con la cacciatrice.
Non passò molto tempo e le due donne iniziarono a tossire con forza e poi si alzarono in piedi.
Sara si toccò la fronte in segno di saluto, mentre invece Eleonora guardava con diffidenza il loro salvatore.
Seduta accanto al camino Stefania osservava la scena senza parlare.
Si aggiustava nervosamente la veste sfilacciata, ostentando quasi indifferenza girava con un bastone il pentolone nel camino.
L’uomo in tuta coprente si tolse il cappuccio, i suoi lunghi capelli erano attaccati a coda.
Sara non mostrava alcuna sorpresa e nemmeno Stefania, l’unica a restare stupita era Eleonora.
Perché quello non era un uomo, ma una donna, anzi una principessa, Fina la principessa triste.
Fuori la notte consumava i suoi crimini e ogni tanto si udiva un ululato e rumori di rami spezzati.
Nel mondo delle tre ragazze, in quello stesso momento un solerte commissario interrogava Luciana, Donata e Verdeluna.
In una cella del castello il capitano Dubbiolino guardava fuori dalla finestra pensieroso.
La porta della cella si aprì, il principe entrò nella cella con una faccia scura e molto arrabbiata.
- Di chi è stata l’idea di far arrivare quelle tre mocciosette ficcanaso nel nostro mondo?
Capitano lei mi doveva informare, è stata una idea di mio padre vero?
Crede ancora nelle leggende, ma è ora che il potere finisca nelle mie mani.
E’ ora che la facciamo finita con tutti i vecchi concetti del regno.
Dobbiamo sistemare anche quelli di Fior di Loto, stanno distruggendo il nostro mondo, non dobbiamo più tollerarli. –
Il capitano continuava a guardare fuori della finestra e a non parlare.
Ripensava al periodo in cui era un gatto, il gatto di Giàluna i suoi giochi e quel mondo così frenetico e pieno di tecnologia.
Sapeva che avrebbe pagato per la sua fedeltà, sapeva quello che gli sarebbe capitato e intanto ripensava alle ciabatte di Verdeluna, alla faccia che aveva fatto quando aveva capito.
Erano passati un paio di mesi e l’estate stava avanzando velocemente.
Tempo di rimettersi le maniche corte, tempo di pensare alle vacanze e così Giàluna, Luciana e Did stavano sedute a un bar a prendersi un gelato.
Il messaggio era appena arrivato nel cellulare di Luciana.
“ a rivederci a presto prescelte. “
Seduta a un tavolino, proprio di fronte alle ragazze, una bella donna di poco più di trent’anni stava prendendo un the e le osservava.
Un paio di occhiali da sole scuri, una maglietta bianca attillata e una minigonna celestina.
Alta più o meno come le ragazze, eppure anche se minuta la donna era perfettamente proporzionata e stava giocherellando con il cellulare.
Un suono di gong fece trasalire Did, anche il suo cellulare si era acceso, la letterina preannunciava la ricezione di un messaggio.
“ il tempo è vicino preparati”.
Anche per lei la provenienza era da un numero impossibile 00000.
Donata guardava perplessa il messaggio e lo mostrava alle sue amiche.
Il sibilo come il fischio di un serpente raggiunse il cellulare di Giàluna.
Il suo messaggio era più complesso.
“ Inizia a ricordare Verdeluna, il tempo è arrivato, che la tua mene si liberi, che la mente di chi legge torni a ricordare. “
Le tre ragazze iniziarono a ricordare tutto quello che era accaduto.
Il velo che aveva cancellato il ricordo del Mondo Bislacco si era sollevato.
La ragazza di fronte a loro aveva sollevato gli occhiali e le stava fissando intensamente.
- Gufio, chi è quella donna e perché ci fissa così? -
Giàluna era preoccupata e Did scuoteva la testa.
- dai Giàluna non può essere una abitante di quel mondo, non è né un gatto, né un cane.
Sai che gli abitanti di Bislacchia si trasformano in gatti e quelli di Fior di Loto in cani e quella è umana. –
Luciana era quella più intraprendente e senza starci a pensare due volte si alzò e raggiunto il tavolo della bella donna le chiese:
- Ci conosciamo? Perché ci sta guardando così? -
Senza scomporsi la donna si alzò sorridendo a Luciana.
In piedi era anche più bassa della ragazza anche se di pochissimo.
Da vicino Luciana vide gli occhi di quella misteriosa signora, occhi magnetici che incutevano paura eppure al tempo stesso erano così famigliari.
La donna le sorrise e senza dire nulla si allontanò.
Mancava una settimana alla fine della scuola, non solo finivano la prima media ma compivano a poca distanza di tempo l’una dall’altra i loro dodici anni.
I ragazzi in genere hanno una capacità di distrarsi dai problemi enorme, la loro capacità di difesa è molto più sviluppata in quella età che successivamente.
Spesso i ragazzi vengono tacciati di indifferenza o di cinicità per il loro modo di fare, ma è la vita che sviluppa i suoi anticorpi a renderli così facili alla distrazione.
L’idea di dover tornare nel mondo incantato attirava le tre, ma le intimoriva al tempo stesso.
Ora non pensavano altro che alle vacanze e ai loro compleanni.
Giàluna, il giorno dopo aver compiuto i suoi anni iniziò a dire quasi tredici anni.
Tutte e tre ricevettero l’invito a partecipare al campo vacanze della scuola ad Agordo, una specie di colonia.
I genitori non fecero opposizione, pur mostrandosi preoccupati per la distanza, ritenevano giusto che le ragazze potessero divertirsi e l’aria di montagna gli avrebbe fatto sicuramente bene.
I maligni direbbero che stare una settimana senza musica a tutto volume, senza disordine, senza dover accompagnare su e giù le tre donzelle, i maligni direbbero che la vacanza se la prendevano i genitori.
Le tre ragazze dovettero rimandare di un giorno la partenza, Did era dovuta andare a fare una visita che aveva prenotato da tempo e i suoi genitori erano stati irremovibili in questo.
Giàluna e Luciana non vollero farla partire da sola e così, il giorno della partenza, si ritrovarono solo loro tre a prendere il treno a Termini.
I genitori non facevano altro che raccomandarsi, sempre all’infinito a ripetere le stesse cose.
“cambiare a Bologna e poi scendere a Mestre, poi il treno per Belluno, la corriera le avrebbe portate ad Agordo.”
Salirono sul treno tutte emozionate, era la prima volta che facevano un viaggio così lungo da sole.
C’erano solo loro in quello scompartimento.
Alla prima fermata entrò una donna.
Riconobbero subito la ragazza della gelateria.
- Buon giorno prescelte, il momento è arrivato. -
Anche questa volta la ragazza portava una minigonna, di tela questa volta.
Una maglietta bianca con una scritta davanti “salvate la foresta” e la faccia di un serpente sorridente.
La donna per bagaglio aveva una borsa di tela molto gonfia.
Ridendo si sedette di fronte alle ragazze, che la guardavano incuriosite.
- Facci capire. –
Chiese Giàluna.
- Questo treno ci sta portando nelle terre bislacche? Stiamo tornando dalla principessa triste? -
La donna la guardava divertita.
- Si certo con il treno e magari dopo andiamo in una scuola di magia e si aspetta un certo Silente.
Quella è un’altra storia e non mi sembra che nessuna di voi somigli a Harry Potters. -
Did che si era letta tutti i libri del suo maghetto preferito fu quella che più di tutte si inalberò.
- Pensi di essere spiritosa signorina dalle belle gambe? Vedi di mostrarle un pochino meno e vedi di darci qualche spiegazione in più.
Non hai polli da conquistare in questo scompartimento visto che ci siamo solo noi tre. –
Il sorriso svanì di colpo dal volto della sconosciuta.
- Sei molto impudente ragazza, non sai quanto stai rischiando a parlarmi così. -
Pur avendo una paura tremenda in quel momento, Did la fronteggiò senza abbassare lo sguardo.
A rompere la tensione, che si era creata, fu Giàluna.
- Scusi, ci faccia capire, lei viene da quel mondo? –
- Certo Giàluna, da dove vuoi che venga ? da Lecce o Pescara? Vengo dai mondi Bislacchi. –
Luciana era piuttosto scocciata dal tono di quella donna, somigliava a sua zia, una brontolona saccente sempre pronto a rimproverarla.
- Lei non può venire da quel mondo signora. –
In quel momento entrò il bigliettaio.
- Biglietti signora, sono con lei le bambine? –
“ Bambine che odioso e dire che ormai aveva ben dodici anni compiuti” Pensò Giàluna.
Il controllore si soffermò più a lungo proprio con il biglietto della sconosciuta, forse anche a causa delle minigonna a essere obiettivi. Era perplesso, ma poi bucò anche quel biglietto e uscì richiudendo la porta scorrevole.
- Dicevi ragazza? Perché non posso venire da quel mondo? Cosa me lo impedisce?
Sentiamo questa signorina Luciana cosa ha da dire. –
- Perché se lei venisse da Bislacchia dovrebbe, a questo punto dovrebbe essere un gatto e se invece venisse dal paese di Fior di Luna lei dovrebbe essere…-
- Un cane. –
Finì per lei la donna scoppiando in una sonora risata.
- No, non mi sembra di essere né l’una né l’altra cosa.-
Poi fissando con intensità Luciana continuò.
- Chi vi ha insegnato questo? Sara? Quante altre menzogne vi ha detto? –
Giàluna aveva assunto la colorazione rossa tipica di quando era furiosa.
- Sara non ci ha mentito e sono sicura che sulle trasformazioni dicesse la verità. -
L’attenzione della sconosciuta ora era rivolta a Giàluna.
- La verità, ragazza ha molte sfaccettature, eppure in questo hai ragione, sai?
Intendo sulle trasformazioni in animali avete ragione, eppure vi dico che io vengo da quel mondo, altro per ora non vi è dato di sapere, questo è uno dei misteri che conservo e di cui per ora non vi parlo.
Did fammi una cortesia, mettiti fuori dallo scompartimento e controlla che nessuno entri.
Debbo cambiarmi, le minigonne non sono ammesse nel nostro mondo e io sono già abbastanza criticata per la mia gonna a frange più corta del consentito. –
Mentre Did controllava che nessuno entrasse la sconosciuta si cambiò nello scompartimento indossando una gonna tipo Pochaotas abbinata ad una maglietta più lunga e senza scritte.
Le ragazze la guardavano incuriosite, quella donna era sotto molti aspetti proprio forte.
Una che non si vestiva come tutti gli altri era anticonformista.
-Come facciamo a entrare nel vostro mondo? Ci sono altre entrate? – Giàluna era impaziente.
Rientrata Did la donna si presentò.
- Io sono Stefania, strega del bosco proibito.
Un bosco non lontano dal luogo dove siete entrate.
Sono qui per espresso ordine di Fina, la principessa triste.
Abbiamo bisogno della vostra magia, magia che non sapete di avere e tanto meno sapete usare.
Io vi insegnerò ad usarla.
Ora preparatevi dobbiamo andare, prendete i vostri bagagli.-
Il treno rallentava, stavano arrivando alla stazione di Firenze.
Presero i bagagli e si incamminarono sul corridoio, il controllore era appena sceso ed aveva aperto la porta.
- Un'altra cosa ragazze, appena arriviamo potremmo essere subito in pericolo, se vi dico di correre, correte, gettate pure le valige e correte, perché se non lo fate, la vostra permanenza nel mondo bislacco sarà molto breve. –
Il tono di Stefania non lasciava molto spazio ai dubbi, le tre ragazze sentirono il classico brivido di paura lungo la schiena.
Il ricordo delle vampisughe era ancora forte in loro, ma qualcosa faceva pensare che il pericolo accennato da Stefania fosse molto, ma molto peggiore degli insetti succhiasangue.
Stavano per scendere dal treno quando di colpo Stefania aprì la porta del bagno.
- Ma non si può andare in stazione. –
Stava dicendo Luciana, subito interrotta da una gomitata di Did.
La strega faceva segno di entrare in fretta nel bagno.
- Ma dai, ma mica si entra dal gabinetto del treno? Per favore ma che modo è? -
- Falla finita Luciana e sbrigati. –
Did la spinse di forza dentro.
Nel vedere le ragazze entrare nel bagno il bigliettaio stava per risalire sul vagone, ma una signora piuttosto grassa e con una grossa valigia in mano non gli permetteva di salire.
- Che modi, mi lasci scendere. -
Il controllore urlava.
– Ragazze! Cosa fate? Non si può in stazione e poi in quattro? –
Stefania richiuse la porta di colpo.
- Questo è uno dei veri motivi per cui non si può andare in bagno quando il treno è fermo in stazione. -
Erano tutte strette come sardine e a quel punto Stefania premette per tre volte il pulsante di scarico e …il lavandino roteò e si aprì una porta.
- Aprite o apro io ragazze. –
Urlava da fuori il controllore.
Stefania si precipitò fuori subito seguita dalle ragazze.
L’aria era fresca, l’odore del bosco fragrante, le ragazze si sentivano a casa.
Poi, all’improvviso Stefania si voltò e si accorse delle bestie.
- Correte, dai correte ragazze. –
Giàluna lanciò un urlo e seguita da Did e Luciana iniziò a correre a più non posso, al diavolo i bagagli.
L’unica speranza era che quelli non sapessero correre così in fretta come loro.
Il branco le inseguiva con le bocche aperte, mettendo in mostra la doppia fila di denti aguzzi.
- Sugli alberi presto, non sanno arrampicarsi. -
Provate voi ad arrampicarvi con la paura che un …un Cairano non vi afferri un piede e vi tiri giù.
Stefania era veloce e fu la prima a salire sull’albero.
- Vi ho detto di arrampicarvi dai , sbrigatevi. –
Luciana era già al terzo ramo, voleva mettere distanza dal terreno ed era stata sempre molto brava a salire sugli alberi, anche Did diede prova di grosse capacità acrobatiche.
Giàluna invece era in difficoltà, era salita su un ramo troppo basso e non riusciva ad andare più in alto.
Ora tutte loro vedevano quelle strane bestie.
La testa ricordava molto quella dei caimani terrestri anche se molto meno allungata e più larga.
Quattro zampe sormontavano un corpo nero con una fila di punte sul dorso.
Rettili di sicuro e anche molto feroci.
Erano una decina quelle bestie e si erano divise per attaccare le ragazze.
Ora che si erano accorte della possibile vulnerabilità di Giàluna però si stavano riunendo sotto il suo albero.
- Oddio speriamo che non salgono, oddio non riesco ad arrampicarmi più in alto. Aiutatemi ragazze. -
Un cairano, che sembrava essere il capo branco, era proprio sotto di lei.
Si stava alzando sulle zampe posteriori, mentre quelle anteriori erano appoggiate al tronco.
Giàluna sentiva il calore della bocca di quell’animale grande quanto un alano.
Stefania provava a distrarlo, lanciando delle specie di pigne che pendevano dai rami del suo albero.
Una colpì sul naso l’animale che mandò un urlo feroce e si voltò per cercare di capire chi l’avesse lanciata.
La distrazione durò pochissimo, la bestia ora allungava la zampa anteriore destra e Giàluna vide con terrore i lunghi artigli dell’animale.
Uno di questi si conficcò nei suoi jeans e la ragazza si sentì tirare giù dall’albero.
Proprio mentre la ragazza stava cadendo, si avvertì un sibilo acuto nell’aria.
Una freccia si era conficcata nella gola del Cairano che cadde all’indietro.
Purtroppo l’artiglio era conficcato nei jeans della ragazza e Giàluna cadde dal ramo.
Altre frecce volavano e trafiggevano gli animali, occhi, gole.
La loro precisione era spaventosa.
In pochi minuti sette animali giacevano a terra morti, gli altri scappavano nel folto della foresta.
Dagli alberi sbucò prima una ragazza sui trenta anni e poi altri due ragazzi poco più grandi di Giàluna e le sue compagne.
Stefania non sembrava del tutto contenta del loro intervento, soprattutto la donna la guardava con disprezzo.
- Suppongo vi dobbiamo ringraziare.
Ragazze vi presento Eleonora, cacciatrice di Fior di Loto, nonché capitano del regno. Presentaci i tuoi compagni. –
- Metti a freno la lingua strega, se non era per noi vi eravate cacciate in un bel pasticcio.
Bell’intervento, portare qui le ragazze senza armi di difesa, il tuo iguana si è ben guardato dal darti una mano. –
I due suoi accompagnatori intanto si erano avvicinati e le ragazze li guardavano interessate.
Magri e alti, dimostravano sui quattordici anni, uno aveva i capelli crespi e ritti, l’altro più lisci e lunghi.
Eleonora indicò il primo con il nome di Lorenzo e il secondo con il nome di Francesco.
Francesco sembrava, decisamente quello più sveglio.
Stava recuperando le frecce dagli animali uccisi, aiutandosi con un coltello, non voleva spezzare le frecce.
Stava molto attento a non farsi azzannare, non tutte le bestie erano morte.
Bene Stefania, le ragazze vengono con noi ora, così conoscono anche il regno di Fior di Loto e il nostro re le sta cercando da molto. -
Stefania era furiosa e le rispose a tono.
- Sai benissimo quali sono gli ordini della principessa triste.-
- C’ero anche io Stefania, so benissimo quale è il nostro compito, ma prima le ragazze debbono parlare con il re Astelio di Fior di Loto, nonché padre di Fina, vieni anche tu naturalmente. -
Stefania sapeva che non poteva discutere con tre cacciatori armati di frecce e spade e oltre tutto sapeva che la cosa poteva alla fine risultare utile ai suoi scopi.
Scortati dai cacciatori le ragazze e la strega arrivarono alla bianca città di Fior di Loto, molto prima che scendesse la sera.
Proprio in quel momento, il cellulare di Giàluna squillò.
- Tesoro, siete arrivate? State bene? Non mi hai mandato nemmeno un messaggio, mi senti? -
La voce di sua madre era inconfondibile.
“E adesso cosa gli dico?”
Pensò Giàluna.
In una baracca ai margini della città di Fior di Loto sette figure sedevano attorno a un tavolo rettangolare.
Al centro del tavolo una grossa ciotola piena di un liquido verdastro.
Davanti a ciascun partecipante la riunione un bicchiere di coccio e sempre sul tavolo tre grandi caraffe piene di un liquido nero dal profumo molto intenso.
Nessuno sedeva a capotavola, i posti erano tutti disposti ai lati del grande tavolo.
Tutti avevano una tuta coprente nera molto ampia che nascondeva le loro fattezze, persino il sesso non era possibile capire.
Una di quelle figure, con voce maschile si sta accalorando in una discussione.
- Sono tornate, la strega Stefania è andata a prenderla e ora i cacciatori le stanno portando in città. -
L’uomo venne interrotto da chi gli stava di fronte. questa volta dalla voce si trattava di una donna.
- Hanno già scoperto i loro poteri?
Hanno manifestato la magia o è ancora a livello latente? -
La replica del primo oratore fu secca.
- Come potrebbero?
Stefania le ha appena portate, debbono adattarsi per scoprire i loro poteri ed essere sottoposte all’addestramento, abbiamo ancora tempo per agire. -
Dette queste parole, estrasse da una sacca della gamba destra un coltello dalla lama sottile ed acuminata.
L’uomo bagnò la punta della lama nella ciotola piena del liquido verdastro.
- Non debbono sopravvivere, non debbono mutare, i segreti debbono essere preservati.
Per loro sia la morte. –
Gli altri sei estrassero a loro volta un pugnale, ognuno da aperture diverse della propria tuta, segno che ognuno preferiva avere la lama in un punto diverso del proprio corpo.
Tutti bagnarono la punta nella ciotola e tutti pronunciarono lo stesso giuramento.
- Per loro sia la morte. -
Giàluna prima di rispondere al cellulare, copre l’audio e guarda con fare interrogativo Stefania.
- Rispondi Giàluna, dille che siete arrivate e che va tutto bene, abbiamo lasciato il collegamento con il mondo, non preoccuparti.-
Giàluna, prende fiato e rispose.
- Mamma uffa, ma quanto rompi, va tutto bene siamo arrivate, quando posso ti chiamo io, avverti anche le mamme di Luciana e Did.
Dai, per favore non stare a telefonare dieci volte al giorno, cosa vuoi che ci succeda? Mica ci mangiano. -
Ripensando a quanto accaduto poco prima, la cosa le sembrò molto meno divertente.
Did e Luciana ridevano alle lacrime, davvero stavano per essere mangiate dai cairani.
- Giàluna sei sempre la solita, mandateci almeno qualche messaggio e mi raccomando vedi di mangiare e non riempirti di bevande gassate e di dolciumi e appena sei in albergo togli i vestiti dalla sacca e mettili bene.
Cerca di essere ordinata amore, almeno ora che non ci sono io a metterti a posto le cose. –
Sbuffando la ragazza le rispose
- hai finito mamma? Dobbiamo andare ciao. –
Sua madre le aveva ricordato dei vestiti, dovevano recuperare le loro valige.
Quasi che fosse in grado di leggere nella sua mente, la cacciatrice Eleonora disse proprio in quel momento.
- I vostri bagagli sono già al castello di Fior di Loto, non preoccupatevi. –
Tanto era una tavolozza di mille colori la città di Bislacchia tanto era invece uniforme la città di Fior di Loto.
Su tutto dominava il bianco, persino le strade erano bianche.
Le case erano tutte a forma circolare.
All’ingresso delle porte della città stavano due guardie con lunghe lance che terminavano con una punta sottile della grandezza di uno spadino.
Avvicinandosi Eleonora pronunciò la parola d’ordine.
- Volando e cacciando. –
Le guardie, senza il minimo cenno di un sorriso le fecero passare.
Gli uomini indossavano tuniche rosa, le donne verdi.
Anche qui vi erano delle eccezioni.
I colori erano tenui e sfumati, nulla era vistoso.
Luciana voleva chiedere informazioni ad Eleonora e le si avvicinò.
A un tratto si accorse di un paio di occhietti che la guardavano dai capelli della cacciatrice.
Per poco non lanciò un urlo, poi gli occhietti si mossero e apparve quello che le sembrava un incrocio tra una scimmiotta e un camaleonte. Evidentemente all’animale piaceva nascondersi tra i folti capelli della donna.
Di camaleonti come quello se ne vedevano diversi in giro e anche di grosse lucertole e persino iguana, una era legata davanti alla porta di un locale che aveva una insegna ambigua.
“ Locanda delle more e dei veleni”.
C’erano molto meno rane che a Bislacchia nella fontana della piazza principale di fronte al castello, c’erano invece dei tritoni che facevano il bagno e si accapigliavano tra loro.
Uno squillo di tromba dall’alto delle mura preannunciò il loro arrivo al re.
Il re non aveva la barba, di solito i re hanno sempre la barba bianca, questo no, aveva pochi capelli, non era un pancione ed aveva occhi buoni.
Re Astelio salutò i suoi ospiti in modo del tutto inusuale per quel mondo.
Scese da trono e abbracciò le ragazze e Stefania mentre gli altri li salutò al solito modo, pugno sulla fronte.
- Benvenute prescelte, vogliate scusare la regina se non è presente ma è occupata a risolvere una importante questione politica.
Sono contento che siate tornate, l’altra volta non sono riuscito a parlare con voi, le cose sono precipitate.
Ora vi racconterò una lunga storia, statemi a sentire. –
Le ragazze stavano per sedersi quando squillò il cellulare di Giàluna, sul display apparve il nome della chiamata: “mamma rompi”.
- Ciao mamma, scusa ma ora siamo in riunione ti chiamo più tardi.-
Senza aspettare risposta mise giù e rivolgendosi alle ragazze:
- Sarà il caso di spegnere per un pochino. -
Il re la stava ascoltando divertito, in fin dei conti era stato lui ad ideare il ponte telefonico con il mondo dei terrestri.
Lui a creare la copertura.
- Mettiamoci comodi ragazze perché la mia è una storia lunga. -
Indicò le poltrone basse e si accomodarono.
- Tutto era in equilibrio nel nostro mondo sino a quando…-
Le guardie all’ingresso del castello caddero senza rumore, gli uomini scuri le colpirono alle spalle con i loro pugnali avvelenati.
Velocemente li spogliarono dei loro vestiti e presero il loro posto.
Gli assassini erano in quattro, due si erano tolte le tute coprenti e aveva indossato la loro divisa.
Il re intanto era impegnato nel racconto con le ragazze.
- Nel nostro mondo ci sono due grandi regni, come voi ben sapete.
Il regno di Bislacchia e il regno di Fior di Loto.
Non c’erano grandi contrasti ormai da secoli tra di noi, al punto che mia figlia ha sposato l’erede al trono di Bislacchia. –
Nominando sua figlia, lo sguardo dell’uomo si era fatto dolce.
- Alcuni anni fa però l’equilibrio del nostro mondo si è rotto, insetti pericolosi si sono riprodotti a dismisura e così è accaduto per altri predatori.
Gli abitanti di Bislacchia ci accusano di essere la causa di tutto, dicono che la deforestazione da noi provocata ha permesso alle vampisughe di riprodursi più velocemente.
Noi accusiamo invece loro di aver provocato l’aumento dei Cairani, le bestie che avete incontrato nel bosco.
Da quando stanno costruendo una diga infatti sono aumentati di numero e sono diventati ancora più aggressivi.
Ora sta per scatenarsi una guerra tra le nostre nazioni e io non riesco nemmeno a parlarne con mia figlia, Fina la principessa triste. –
I suoi occhi ora erano tristi, il capo basso, la voce più lenta.
- Fina non era triste, era la più allegra delle mie figlie e lo era anche quando sposò l’uomo che amava, il principe Emanuele di Bislacchia.
Era rispettata anche dalla famiglia reale e tutto andava per il meglio.
La nascita dei figli provocò qualcosa nel loro matrimonio.
Il principe cambiò,contrasse una malattia inusuale per il nostro mondo, una malattia che invece è molto diffusa nel vostro.
Il principe divenne geloso. –
La voce ora era strozzata e piangeva.
Strano vedere un re piangere.
Giàluna era senza parole e guardava la faccia di Did e Luciana, che non sapevano cosa dire, erano tutte addolorate.
Stefania invece era distratta giocherellava con il bordo della gonna e sembrava piuttosto annoiata dalla cosa.
Eleonora era accanto al suo re una mano sulla sua spalla.
Gli alti cacciatori erano andati via, nella sala ora c’erano solo loro sei.
Il camaleonte di Eleonora lanciò un grido facendo sussultare la sua padrona.
Una lama affilata volò nella stanza finendo per conficcarsi nel petto del re, una seconda lama avvelenata colpiva Giàluna in petto.
Due figure che indossavano il manto coprente si apprestavano a compiere una strage.
Eleonora balzò in avanti e colpì con un calcio alla testa uno dei due aggressori.
Stefania fece una capriola sino a finire vicino ai piedi del secondo aggressore.
Sollevò i suo piedi e quello cadde sbattendo la testa e restando tramortito.
Mentre Eleonora immobilizzava a terra il secondo.
Nella sala entravano di corsa Lorenzo e Francesco.
- Abbiamo ucciso due che avevano preso il posto delle guardie all’ingresso.
Siamo arrivati troppo tardi. –
Francesco corse verso il suo re.
Scioccate da quanto era appena successo, Did e Luciana stavano accanto a Giàluna.
Piangevano disperate e non sapevano come aiutarla.
Stefania guardava Eleonora appoggiata al petto del suo re, ne stava ascoltando il respiro, poi lo toccò sulla vena del collo e scosse la testa.
- Il re è morto. –
Stefania allora corse da Giàluna.
Con mani ferme estrasse il coltello dal petto della ragazza e premette il pollice contro la ferita.
- Luciana metti le tue mani sulle palpebre della tua amica e tu Donata reggi i suoi piedi, sollevali. -
Le ragazze obbedirono subito con le lacrime che scendevano loro copiose. Mentre avveniva tutto questo, una donna anziana e zoppicante entrò nella sala.
Lentamente e in silenzio si avvicinò al re, Eleonora l’aiutò a inginocchiarsi.
La donna, senza nessuna lacrima e senza mostrare emozione alcuna, accarezzò il viso del re con dolcezza.
Ora la sala era piena di gente, soldati e cortigiani.
I due assassini erano a terra legati con le mani dietro la schiena.
Francesco tolse loro la benda, due volti non sconosciuti, evidentemente erano soldati di Bislacchia, uno dei due era una donna e sorrideva sprezzantemente.
La donna in ginocchio, che altri non poteva essere che la regina, con voce tremolante ma decisa disse.
- Il re è morto, io Clovinia, in qualità di regina assumo la reggenza del regno, sarà il consiglio a decidere della successione al trono.
Fina è l’erede, ma vogliamo prima conoscere i mandanti dell’assassinio.
La setta del veleno è tornata a tramare nell’ombra. –
Dette queste parole, la donna si sedette su una sedia, era affaticata dolorante.
Alcuni piangevano, altri mormoravano tra le labbra una parola sola:”Guerra”.
Intanto Giàluna si agitava, dalle labbra iniziò a uscirle una schiuma bianca, poi iniziò a tremare.
Stefania con il pollice destro tamponava la ferita, con la sinistra premeva sull’ombelico della ragazza.
- Il veleno è dentro di lei, ma lei non è di questo mondo, ha una possibilità di salvarsi.
Ragazze però vi avverto che è in forte pericolo di vita. –
Did piangendo si rivolse alla strega.
- Sa…sa…lvala ti…ti…preghiamo. -
Nei giorni seguenti, Giàluna venne tenuta in una stanza al buio completo.
Did e Luciana a turno la vegliarono e imposero le mani sulla loro compagna come gli aveva insegnato Stefania.
Rallentavano il decorso del veleno, ma non riuscivano ad arrestarlo. Stefania aveva spiegato loro che la magia in loro possesso era legata anche alle guarigioni.
In quel mondo le giovani umane possedevano poteri che nessun altro aveva, poteri che scemavano con l’andare degli anni, ma che tra gli undici e i quattordici anni raggiungevano il culmine.
Tutte le volte che il cellulare di Giàluna aveva squillato, una delle due ragazze aveva risposto inventando scuse.
Il gioco poteva durare poco però, presto il tempo della loro vacanza sarebbe terminato.
Stefania aveva loro raccontato di come, sulla terra avessero dato copertura alla cosa.
I legami tra quel mondo e il loro mondo erano molto più forti di quanto immaginassero.
Nel frattempo la regina aveva fatto interrogare i due assassini.
La setta del veleno, una setta malvagia che apparteneva a tempi antichi, si era ricostituita.
Sette erano i suoi membri e non tutti si conoscevano tra loro.
Scopo della setta era esercitare il controllo del loro mondo, una volta che l’avessero ottenuto, si sarebbero poi rivolti alla terra, dove avrebbero imposto un regime di terrore e di schiavitù.
I due prigionieri dichiararono di non conoscere il capo della setta e nemmeno i membri di Fior di Loto.
Lorenzo e Francesco raccontarono di come si fossero accorti che a guardia delle porte del castello non vi fossero le guardie di turno, ma degli impostori, certo avrebbero voluto prenderli vivi per poterli interrogare, ma i due si erano buttati nel fossato, pur di non farsi prendere.
Di loro non sarebbe rimasta alcuna traccia, le anguille carnivore del fossato mangiavano tutto, vestiti compresi, non lasciavano traccia dei poveri malcapitati che finivano nelle loro grinfie.
I prigionieri, interrogati da Lorenzo rivelarono i nomi dei compagni, ma erano nomi di Bislacchia, nomi sconosciuti oltretutto.
Dunque, ancora tre congiurati della setta dei veleni erano ancora liberi.
La regina, pur non nominandolo, sospettava di chi fosse a capo di tutto il complotto.
Anche la gente per strada mormorava il suo nome, questo avrebbe scatenato la guerra.
Tutti facevano il nome del principe nero, Emanuele.
Suo genero era malvagio e uccidendo il suocero, avrebbe concentrato nelle sue mani un grande potere.
Sua figlia, la povera principessa triste, era un ostaggio nelle mani di quell’uomo.
Un giorno la regina Clovinia, aveva detto a sua figlia rilasciarlo e tornare al castello, ma lei, per amore dei figli, aveva preferito restare, temeva che si sarebbe scatenata una guerra se lo avesse lasciato.
Intanto Giàluna non guariva e nemmeno mangiava.
Riuscivano a tratti solo a farla bere un succo di vitamine.
Stefania era disperata, quella ragazza stava morendo, le restava solo una possibilità, la sua iguana aveva poteri curativi, il suo veleno paralizzante avrebbe potuto forse salvare Giàluna, così decise di andare a prenderla.
All’alba, la strega s’incamminò nella sua foresta, aveva un senso di apprensione addosso.
I suoi sensi erano vigili, non temeva i cairani, da sola era libera di correre più facilmente.
Nella corsa Stefania era velocissima.
C’era troppo silenzio nel bosco, Stefania sapeva che quando c’era troppo silenzio c’erano dei predatori in agguato.
Avvicinandosi alla radura della roccia bucata vide la nuvola d’insetti.
Ora la sua attenzione era al massimo, strinse con forza il suo bastone.
Poi lo vide, vide la fonte della nuvola d’insetti e i due cairani che stavano banchettando.
Teresa, la sua iguana che l’aveva difesa da tanti pericoli, la sua iguana era per terra e le due belve la stavano divorando, ma non erano stati certo loro a ucciderla.
Teresa era troppo forte per quelle bestie, no, non erano stati loro.
La freccia era conficcata nel collo dell’animale e ne sporgeva la parte terminale.
Stefania era furiosa, incurante del pericolo conficcò la lama del suo bastone nella bocca del primo cairano uccidendolo.
Poi, dopo aver estratto la lama con forza, colpì la seconda bestia che stramazzò a terra.
Piangendo guardò l’animale che da anni le teneva compagnia.
Strano come ci si affezioni agli animali domestici, chi non ne ha mai avuti non può capire cosa si provi.
Guardava la freccia, la punta doveva essere avvelenata e si guardò bene dal toccarla.
Sentì la lama appoggiata alla sua schiena.
-Non muoverti strega o sei morta. –
I due membri della setta del veleno erano uomini di Bislacchia che Stefania conosceva, un giudice e un commerciante di finestre.
Le mani legate dietro la schiena per impedirgli di perpetuare qualsiasi magia.
La stavano portando dal principe nero, l’artefice di tutto il complotto per unificare il mondo sotto di se.
Aveva sempre saputo di quanto fosse malvagio, purtroppo lei non aveva più la magia di un tempo.
Solo una ragazza giovane avrebbe potuto possedere la magia in quantità tale da poterlo fermare.
Ricordava quando lei era una ragazzina e aveva imparato a usare la magia.
All’inizio aveva avuto paura, non capiva, poi poco alla volta aveva imparato a usarla.
Il potere di guarire il potere di…
Il principe la stava aspettando fuori delle mura del castello, avevo un ghigno sarcastico e sadico.
In quel momento pensò alle tre ragazze.
Giàluna stava sempre più male, Did e Luciana non sapevano più come poterla aiutare, a turno premevano le mani sui suoi occhi, ma più passava il tempo più il male avanzava nel corpo della loro compagna.
Lorenzo venne a dire loro che la regina voleva tutti nella grande sala.
Anche Giàluna venne portata in barella al cospetto della regina madre.
C’era moltissima gente in quella sala, la notizia si era sparsa nel regno e per la regina era importante la verità anche a costo di mettere in pericolo il regno.
Clovinia era china, dimessa, eppure la sua voce era forte e determinata.
- Sudditi del regno di Fior di Loto, prescelte, il tempo è arrivato.
Chi ha sparso sangue reale non avrà altro sangue, il principe nero non avrà la nostra città se non a prezzo di una dura battaglia.
Le nostre speranze erano riposte in questa fanciulla, Giàluna, lei doveva arrestare il male che si stava impadronendo del nostro mondo.
Guardatela, ferita e morente non può certo opporsi a nessuno. –
Così dicendo indicava la povera ragazza allungata e incosciente.
Tutti gli occhi si voltarono verso Giàluna, anche Did e Luciana che stavano piangendo.
- La strega Stefania doveva essere tornata da un pezzo, se non è con noi vuol dire che le è successo qualcosa. -
La regina ebbe un attimo di esitazione.
- Giàluna deve tornare nel suo mondo, il veleno delle terre Bislacche non ha effetto nel mondo da cui proviene.
Così le nostre speranze ora sono finite, popolo di Fior di Loto, nessuna magia può difenderci, abbiamo perso.
Ci rimane solo l’onore delle armi.
Andate ora e preparatevi a momenti bui e terribili. –
Al congedo della regina, uno alla volta tutti uscirono dalla sala, tutti eccetto Eleonora e le tre ragazze.
- Maestà, ma avete rivelato tutto, se vi erano spie ora lo saprà anche il principe nero. –
La voce di Luciana era rotta dall’indignazione ed era infastidita dal senso di rassegnazione della regina.
- Non parlare così alla regina Luciana, tu non puoi giudicare. –
Eleonora era arrabbiata, anche alterata, sentiva la tensione accumulata crescere cercando uno sfogo.
- Non importa Eleonora, non importa.
Riaccompagna al confine Giàluna deve tornare a casa con Did, le spiegazioni e le coperture sono state preparate bene.
Giàluna appena tornerà a casa si sentirà subito bene, questa volta nessuna delle due dimenticherà la permanenza nel nostro mondo, tutto procede secondo il grande piano. –
Luciana aveva gli occhi spalancati, la bocca aperta, non riusciva a capire.
Il camaleonte di Eleonora stava giocherellando con la sua cintura.
Le prigioni del grande castello ora accoglievano in una stessa stanza tre persone: Sara, il capitano Dubbiolino e Stefania.
Il confronto con il principe era stato molto spiacevole, lui aveva insultato la strega, l’aveva presa in giro dicendo cose irripetibili su di lei e sulla sua iguana.
Stefania aveva sempre saputo che il principe segretamente era innamorato di lei, nel passato avevano litigato per questo.
Era malvagio il principe e la povera principessa Fina l’aveva scoperto solo dopo molto tempo.
Ora Luciana e la regina erano sole, Clovinia la guardava incuriosita e con dolcezza e avvicinandosi le fece una carezza sul viso.
- Luciana ti sei chiesta perché Stefania non si sia trasformata nel tuo mondo né in cane né in gatto?
Ti sei certamente posta questa domanda e la risposta è così semplice che tu non ci hai pensato.
A volte ci sfuggono le cose più semplici e inseguiamo le cose più complesse. -
Luciana ora iniziava a capire, o almeno credeva di capire.
La regina continuò:
- Stefania non è mutata perché è del tuo mondo, venne da noi molto tempo fa, fuggiva dalla sua famiglia, dove era picchiata e costretta ad andare in giro a rubare e a chiedere l’elemosina.
Un gatto mandato in quel mondo le aveva indicato la strada.
A quel tempo Stefania era una bambina, all’età di undici anni si era accorta del suoi poteri.
Il potere di guarire e quello di far impazzire.
Con il passare del tempo il suo potere era scemato, soprattutto quando nacque sua figlia. –
Luciana saltò dalla sedia.
- Una figlia? -
- Si una bambina bellissima che in parte le somigliava.
Stefania però volle che quella bambina vivesse la sua infanzia nel mondo degli umani.
Così venne adottata e i suoi genitori, imparentati con la stessa Stefania, vennero messi al corrente di tutto. –
A questo punto Luciana cominciava a pensare di capire cosa fosse accaduto, non voleva quasi sentire il seguito e interruppe di nuovo la regina.
- Così Giàluna è la figlia di Stefania, quindi era lei la prescelta, lei che avrebbe dovuto fermare il male.-
In quello stesso istante una parete in fondo alla sala si aprì e il principe nero entrò dentro la sala, insieme agli altri due membri della setta del veleno.
La spada era sguainata e rideva.
- Così hai svelato tutto cara suocera, non mi hai sopportato mai, ma ora tutto finisce, ora finalmente tutti gli ostacoli che hai cercato di mettere sul mio cammino cessano. -
La spada era puntata sulla regina.
Stranamente la regina era calma, tranquilla e per un attimo Luciana ebbe un dubbio terribile, la regina sapeva che il principe era dietro la falsa parete, la regina sapeva che li stava ascoltando.
Luciana era furiosa, la sua migliore amica era stata ferita, la ragazza che avrebbe dovuto salvare questo mondo da questo mostro malvagio.
Un uomo che impediva alla moglie di essere libera e che voleva opprimere il suo mondo come opprimeva Fina.
Nel suo mondo cose così…
Era vicinissima al principe, gli toccò la mano e urlò.
- sii maledetto principe, maledetto per la tua cattiveria, maledetto per quello che hai fatto, maledetto per tutto quello che fai passare alla principessa ed al tuo popolo, che ti si possa cuocere il cervello.-
Il principe mandò un urlo, gettò la spada e si portò le mani alla testa.
Eleonora ed alcune guardie, accorse nella sala, immobilizzarono i due complici del Principe.
Ora che il principe era impazzito tutto tornò a posto nel mondo Bislacco.
Stefania, Sara e Dubbiolino liberi e quel capitano guardava Luciana con un certo interesse.
Il capitano Dubbiolino era felice che la sua principessa triste ora venisse chiamata la principessa allegra.
Era stato posto rimedio alle storture ecologiche e gli animali avevano ritrovato l’equilibrio.
Giàluna era tornata nel suo mondo e così Did.
I due ultimi congiurati arrestati e così la compagnia del veleno era stata annientata.
Luciana ora guardava Stefania e la regina.
- avevo creduto che fosse Giàluna la prescelta, avevo creduto che lo fosse perché figlia di Stefania.
Non avevo capito, ho compreso tutto solo quando la magia è entrata in me e si è scaricata sul principe.
Ho capito tutto solo in quel momento, mamma. –
Stefania abbracciò sua figlia bagnandole i capelli di pianto.
Tutto era finito, tutto era tornato al suo posto.
Francesco e Lorenzo guardavano il fossato, il fossato dove dovevano essere caduti i due della setta del veleno, era stata una idea di Francesco quella ed era stata la loro salvezza, quella di far credere che loro due avessero ucciso i congiurati.
In questo modo nessuno aveva sospettato di loro.
“Sette sono i membri della setta del veleno, sette non più e non meno. “ così diceva il giuramento.
Ora a Francesco e Lorenzo toccava trovarne altri cinque.
GIUSEPPE DIODATI

The Green ShadeKaula, Lee Lufkin (American, 1865-1957)
Audio-cliccare per ascoltare-"Lean on me" Anne Murray
TERESA D'AVILA
In queste sue parole c’è racchiuso il seme del Femminismo e dell’emancipazione femminile.
Fu definita dal Nunzio apostolico
“Donna inquieta e vagabonda, disubbidiente e contumace…”(Filippo Sega), la scelta del convento le sembrerà più libera di quella della vita coniugale, ma in seguito dichiarerà di ritenere migliore la scelta del matrimonio, piuttosto che vivere in certi monasteri ...

«Signore dell'anima mia, tu, quando pellegrinavi quaggiù sulla terra non disprezzasti le donne, ma anzi le favoristi sempre con molta benevolenza e trovasti in loro tanto amore persino maggior fede che negli uomini. Nel mondo le onoravi. Possibile che non riusciamo a fare qualcosa di valido per te in pubblico, che non osiamo dire apertamente alcune verità, che piangiamo in segreto, che tu non debba esaudirci quando ti rivolgiamo una richiesta così giusta? Io non lo credo, Signore, perché faccio affidamento sulla tua bontà e giustizia. (So che sei un giudice giusto e non fai come i giudici del mondo, per i quali, essendo figli di Adamo e in definitiva tutti uomini, non esiste virtù di donna che non ritengano sospetta). O mio Re, dovrà pur venire il giorno in cui tutti si conoscono per quel che valgono. Non parlo per me, poiché il mondo conosce la mia miseria. Vedo però profilarsi dei tempi in cui non c'è più ragione di sottovalutare animi virtuosi e forti, per il solo fatto che appartengono a delle donne».
TERESA D'AVILA(carmelitana scalza)

Audio-cliccare per ascoltare-" Intermezzo" Cavalleria Rusticana
RACCONTI
DELLO SCRITTORE
E POETA SICILIANO
ROCCO CHINNICI

LA TROTTOLA NUOVA
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Un coro: <<eh... oplà!>> Al primo colpo la piccola trottola si aprì in due; il ragazzo, prima orgoglioso, ora si ritirava triste in disparte mentre gli altri ridevano. Guardava con la coda dell’occhio, quello che era rimasto della sua nuova trottola, gli era costata settanta lire, frutto della fatica di quei cinque lunghissimi viaggi al pozzo per riempir la brocca. Il sole sembrava divertirsi a far capolino fra monte Mezza Luna e la Chiesa Madre; mentre una voce di bimbo che gioca a catinelle, grida ai compagni: <<Tutti i mè sunnu!>>
La scalinata in cemento, dagli ampi terrazzi, che sale verso la Chiesa, con le sue righe in lungo e in largo a forma di quadrati, è il richiamo ai giochi dei giovani di allora. Chi non ricorda...: “Il testa e scrittu”, “I ciampeddi”, “I buttuna”, le famose “patacche”; qualcuno ricorderà ancora che, per riuscire a recuperare bottoni e poter giocare (si staccavano anche ad indumenti nuovi), prese tante di quelle legnate da ricordarsele per tutta la vita. Alcuni, anziché giocare, preferivano stare seduti sulle famose “jittène” a raccontarsi i “Cunta”, vivendo con la dolce fantasia semplice di allora, la storia di quelle favole, riuscendo a penetrare in quelle avventure, in quei posti misteriosi: ora il castello di un principe, ora davanti al drago dalle sette teste, (qualcuno, nel raccontarne la storia e per creare più suspense, aggiungeva qualche testa in più al drago.)
La piazza era il punto di ritrovo dei ragazzi del paese, era il posto dove si svolgevano tutte le attività motorie e creative. Quel pomeriggio, mentre erano in corso le attività giornaliere, un gruppo di giovani si apprestava ad iniziare il gioco della “strummula” (trottola di legno), si avvicinò ad essi un ragazzo con una di queste trottole in mano, comperata da poco in una bottega li vicino; era quasi orgoglioso di quella sua nuova trottola, la guardava e la riguardava! Chiese allora se poteva partecipare giocare al gioco “Ri pizzati”, gli fu acconsentito, e mentre giocava a far scendere lungo la piazza (allora non asfaltata) la trottola, raccontava ad alcuni quello aveva fatto per ottenere i soldi della trottola:
-Cincu viaggia r’acqua ca quartàra, du puzzu finu a casa fici!- disse il ragazzo.
La casa era distante dal pozzo, quindi cinque lunghissimi viaggi. Raccontava tutto con gioia, incurante della fine che avrebbe fatto, di li a poco, la sua trottola. Un tiro dopo l’altro e... ad uscire, fuori dalla linea segnata, fu proprio quella nuovissima trottola di frassino ancora lucida. Inizia, a turno, la conta “di pizzati”: uno..., due..., tre...: ogni colpo sembrava, a guardarlo in faccia, riceverlo proprio lui, il ragazzo di quella nuova trottola, ne aveva contati trenta di colpi; ne rimanevano ancora cinque. Si soleva fare in quel gioco che, “i pizzàti” oltre a darli con la trottola concorrente, si potevano darli con un’altra, solo che ogni “pizzàta” valeva per due. Fu così che doveva concludersi quel gioco, l’ultimo a dover dare quelle cinque famose “pizzàte” era un ragazzo di grande stazza, con le spalle erculee; tirò fuori una trottola che sembrava un’anguria, tanto era grossa, con una lunghissima punta in ferro, lucida, poco prima limata alla bottega del fabbro Ntoni. Il proprietario della povera trottola, in viso divenne cereo; guardava la sua sofferente trottola, un po' quella specie di trottolone dal viso “Mastino” che avrebbe sbranato al primo colpo quella piccola trottola che aspettava inerme la fine.
Fu un coro: <<Eeeh... oplà!>> Al primo colpo, la piccola trottola, si aprì in due; il ragazzo, prima orgoglioso, ora, si ritirava triste in disparte mentre gli altri ridevano, con la coda dell’occhio guardava quello che era rimasto della sua nuova trottola, frutto della fatica di quei cinque lunghissimi viaggi d’acqua.
ROCCO CHINNICI

http://www.sicilyfolk.it/rocco_chinnici.htm
http://www.letteratour.it/incontri/H01chinnR01.htm
http://www.balarm.it/DatabaseArtisti/CompagnieTeatrali/Vis.asp?Id=9
http://www.raccontare.com/teatro/RoccoChinniciT.htm
IL VECCHIO PIETRO
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- Giovanni, Giovanni! Non ne posso più! Si deve pur vedere cosa ha da farsi! E' da stamattina che giro per casa come una matta!
- Sii buona Concetta, cerca di capire. Non è poi così difficile, sai? Sei tu che vuoi fartene un dramma per sbarazzartene; pensaci un po', non è un soprammobile, sai? Che cosa devo fare? Dimmelo! Ricorda che alla fine si diventa tutti vecchi… e allora?
Da qualche tempo, oramai, la storia si trascina; spesso sono dovuti intervenire i vicini per sedare le liti tra i due. Giovanni, buon'uomo, tutto casa e lavoro; tornando a casa, dopo il duro lavoro nei campi, deve sempre vedersela con la moglie Concetta, una donna che, per le sue provenienze da famiglia agiata, abituata ad avere avuto in casa paterna la servitù e beni d'ogni genere, le veniva difficile ora avere a che fare con il vecchio Pietro che per la sua veneranda età e gli acciacchi ereditati dalla dura vita campestre, lo costringevano a stare quasi sempre seduto e quindi a dover chiedere, ogni qualvolta ne avesse avuto bisogno, aiuto alla nuora. Una situazione che, a Concetta, era divenuta pesante, tant'è che spesso rimproverava il marito per non averle dato ascolto quando gli suggeriva di portare suo padre all'"Ospizio" (allora, casa di cura per anziani).
- Questa, dove abitiamo, è casa che s'è costruita mio padre con grandi sacrifici! - Continuava a ripetere il marito - - Egli ha qua dentro tutti i suoi ricordi! Lo capisci o no? Come faccio a toglierlo da qui? Come posso portarlo in un posto dove sicuramente soffrirebbe di più nel vedersi abbandonato, dopo ciò che ha fatto per i figli? - Sette figli, e tutti migrati per l'Italia in cerca di lavoro; qualcuno s'era già impiantato con la propria famiglia in una di quelle città, e Gianni, terzogenito, avendo trovato lavoro a Belmonte Mezzagno, paese natìo della famiglia, è rimasto ad abitare nella casa paterna, dove già da anni, morta la moglie, il papà viveva da solo. La storia continuava a portarsi avanti per lungo tempo; erano già venuti al mondo Pietro e Vincenzino. Pietro, non appena il nonno apriva bocca, subito gli era accanto. - Cosa vuoi, nonno? Come stai? - - Ho solo dato un colpo di tosse, caro il mio Pietro; su, giacché sei qua siediti, voglio raccontarti una storia. Devi sapere che tantissimi anni fa, quando la fame e la miseria abitavano quasi tutte le case del nostro piccolo paese… - - Ancora con le favole! E i compiti? - interveniva Concetta inviperita - Su, vieni a studiare se non vuoi diventar somaro! - Quasi che ella non digeriva nemmeno i racconti che il vecchio raccontava al piccolo Pietro. - Ma, mamma! - - Niente mamma! - Continuava, borbottando sottovoce frasi verso il vecchio che, a causa della sopraggiunta cecità, non riusciva a scorgere la nuora e capire quant'ella mugugnasse.
Il tempo passava e i piccoli cominciavano a farsi adulti; e per il vecchio Pietro gli anni diventavano sempre più pesanti. I diverbi tra marito e moglie, anziché finire, crescevano sempre più, tanto che il marito per evitare che i figli continuassero a sentire, si convinse a portare il padre in quella casa per anziani: l'"Ospizio".
E così, di buon mattino, mentre i figli e la moglie dormivano, si mise in spalle il povero padre e iniziò la strada per Palermo. Non esistevano mezzi di trasporto in quei tempi. Lungo la strada… o meglio il viottolo che sale per la scorciatoia che da Belmonte porta alla città, vi è (ancora oggi) uno spiazzo, un grandissimo spiazzo con una enorme quercia dove ancora oggi nidifica l'usignolo, e al centro una piccola sorgente (a Giarritedda); Giovanni, stanco e sudato, si fermò per riposare e bere un po' d'acqua, adagiò il padre su una grossa pietra accanto alla sorgente ed emise un rantoloso sospiro: - Ah! - Il vecchio Pietro d'un colpo capì quanto stava avvenendo, e disse al figlio: - Eh, figlio mio, anch'io ebbi a tirare un sospiro quando adagiai mio padre proprio in questo posto, dove tu ora hai adagiato me, mentre lo portavo all'"Ospizio". - Giovanni rimase impietrito a guardare suo padre, e capì quanto egli disse e il significato di quelle parole; si rimise il padre sulle spalle e, anziché Palermo, fece la via del ritorno. Pensava e ripensava, lungo la strada, a quelle parole dette da Pietro: "anch'io sedetti mio padre e tirai un rantoloso sospiro, in questo posto, dove tu ora hai adagiato me." Quelle parole pesavano più di quanto egli portasse sulle spalle. - E mio figlio? Mio figlio, quindi… avrebbe dovuto un giorno non tanto lontano… per questa strada… - Era orribile quanto pensasse; ma era pur vero che, per accontentare le isteriche voglie di sua moglie… li avrebbe educati… - Certo! La moglie! - Pensò. - Aspetta che torno a casa e sentirai cosa ho da dirti! - - Parli con me, Giovanni? - Fece Pietro; mentre il sole cominciava a sciogliere la rugiada mattutina.

ROCCO CHINNICI
RACCONTI INCANTATI
Così Rino Tripodi, col suo saggio Il mondo arcaico e magico di Rocco Chinnici, introduce Racconti incantati (pp. 98, € 12,00) di Rocco Chinnici, seconda uscita nella collana di narrativa La scacchiera di Babele delle Edizioni di LucidaMente.
I racconti che state per leggere – diciannove, più la Prefazione dello stesso autore, la quale può intendersi come un vero e proprio, bellissimo, racconto memoriale, quindi per un totale di venti – vi colpiranno innanzi tutto per il loro sapore d’antico, quasi di arcaico.
Questa percezione scaturisce sia dalle vicende narrate, ambientate in una realtà contadina che sta per sparire (e in alcune zone d’Italia questo è già avvenuto da tempo), sia dallo stile di Rocco Chinnici, caratterizzato da alcuni stilemi.
L’ovattata stupefazione, i vibratili calori e la magica atmosfera fuori dal tempo, appartenenti ad un mondo contadino arcaico e caritatevole, sono forse le caratteristiche più costanti della raccolta.
Tra Aci Trezza e Macondo
Belmonte Mezzagno, definito Il paese delle favole, finisce per essere un microcosmo a sé stante, a metà tra Aci Trezza e Macondo, senza la durezza del primo e il surrealismo fantasmagorico del secondo.
Nell’insieme, infatti, si delinea un affresco corale: la folla di personaggi – quasi simile a quella de I Malavoglia – e la molteplicità delle vicende, frammentate nei vari racconti, costituiscono, complessivamente, un’unità, come se variegate tessere di un mosaico venissero a delineare un disegno riconoscibile: Belmonte Mezzagno.
È bello trovare un uomo, uno scrittore, così ben inserito nel suo luogo natìo, che, quindi, egli tanto ama e conosce.
E che conserva alcuni valori atavici – grandi e piccoli – importantissimi, che ben traspaiono dai suoi racconti: il rispetto per bambini e anziani (L’ignoranza e l’ingegno, Melo e il pescespada, Il vecchio Pietro, Il vestito nuovo), il rapporto con gli animali (L’orso solitario, Carminiddu, La brocca nuova), il senso della fatica e del lavoro (Il sapore delle cose semplici), il rifiuto dell’ipocrisia (L’amore dei due fratelli).
I ricordi d’infanzia: Chinnici come Battiato
Bellissima, un vero gioiello narrativo, è la stessa Prefazione con cui il narratore apre la raccolta. Un testo che sfiora la poesia, con l’inserimento di ricordi espressi in dialetto.
Una scelta che ci ha ricordato quella del musicista catanese Franco Battiato, anch’egli straordinario nel riportare alla luce i ricordi lontanissimi della propria infanzia (Mesopotamia):
«Lo sai che più si invecchia | più affiorano ricordi lontanissimi | come se fosse ieri | mi vedo a volte in braccio a mia madre | e sento ancora i teneri commenti di mio padre | i pranzi, le domeniche dai nonni | le voglie e le esplosioni irrazionali | i primi passi, gioie e dispiaceri».
Quindi, segni di gesti famigliari, riecheggiati con affetto e dolcezza (Mal d’Africa):
«Dopo pranzo si andava a riposare | cullati dalle zanzariere e dai rumori di cucina; | dalle finestre un po’ socchiuse spiragli contro il soffitto, | e qualche cosa di astratto si impossessava di me. | Sentivo parlare piano per non disturbare […]. Con le sedie seduti per la strada, | pantaloncini e canottiere, col caldo che faceva. | Da una finestra di ringhiera mio padre si pettinava; | l’odore di brillantina si impossessava di me. | Piacere di
stare insieme solo per criticare».
In alcuni casi, la memoria e il paesaggio sono rafforzati da Battiato anche dall’uso del dialetto (Veni l’autunnu):
«Veni l’autunno | scura cchiù prestu | l’albiri peddunu i fogghi | e accumincia ’a scola | da mari già si sentunu i riuturi | e a’ mari già sentunu i riuturi. || Mo patri m’insegnau lu muraturi | pi nan sapiri leggiri e scriviri | è inutili ca ’ntrizzi | e fai cannola | lu santu è di mammuru | e nan sura. || Sparunu i bummi | supra a Nunziata | ’n celu fochi di culuri | ’n terra aria bruciata | e tutti appressu o santu | ’nda vanedda».
Similmente fa Chinnici:
«Vju e guardu lu paisi, | quannu ancora | avìa li balàti | e la genti, fora, |’ntra li strati, | sutta lu suli cucenti, | parrari junciuta, | mentri all’umbra | di ’na manu jsata, | ’na vicchiaredda | cuntannu joca |a lu carmuciu ’mbambulatu, | ca cu lu sguardu assenti, | curri | ’ntra dda fàula ’nvintata ».
Ed è subito evidente quel gusto nell’ascoltare storie e nel narrarle, che costituisce la prima motivazione poetica, l’ispirazione primaria dello scrittore.
Né manca la chiara denuncia – quasi sdegnata – della brutalità dei tempi moderni, dominati dalla fretta:
«La genti, ca tannu | parrava, | ora, fui ’n fretta».
E la conseguente nostalgia del passato:
«jornu senza méta, | cursa sfrinata. | Quantu valuri avia, | oh carmuciu…! | dda manu jsata».
Appartengono pienamente, in effetti, alla sfera della memoria racconti come La trottola nuova, come, qua e là, negli altri, vari riferimenti sparsi.
Le ascendenze letterarie
Nei Racconti incantati possono ritrovarsi vari richiami alla nostra letteratura, in particolare al genere novellistico.
Seguendo un ordine cronologico, e partendo dal passato, potremmo iniziare addirittura da I fioretti di san Francesco, per la purezza quasi evangelica, l’ingenuità, il candore di alcune delle storie di Chinnici. Per non parlare dello spontaneo, leggero moralismo presente in molte di esse (Il seme dell’inganno;
Amici di un tempo; Il vecchio Pietro), che talvolta si concretizza nel motto
di apertura o di chiusura:
«La scienza non ha fine;
l’ignoranza può non aver confini».
Oppure:
«Tintu chidd’omu ca mori pi li funci,
pirchì a stu munnu ’un c’e cristu ca lu chianci».
In Carminiddu, addirittura, compaiono gli animali benevoli, simili agli uccelli di francescana memoria:
«[…] bisognerà fare qualcosa, pensò lesta la gazza, e cominciò, nel suo linguaggio, a chiamare più animali che poteva. Sembrò un miracolo: in un batter d’occhio, sotto la grande quercia si radunò un numerosissimo gruppo d’ogni genere d’animali, improvvisando un bellissimo concerto. L’uomo raccolse le ultime forze e guardò tutti: dal coniglio allo scoiattolo, dall’allodola al cuculo. Poi abbassò lo sguardo, ed una lacrima bagnò Igor, intento a leccare il corpo di Carminiddu, che sussurrava grazie, spegnendo gli occhi commossi, nel vedersi circondato da quel grande e sincero amore d’animali».
Il gusto del racconto, la beffa, l’intreccio inaspettato, ci riportano, invece al Decameron di Boccaccio. A questo proposito esemplare è L’ignoranza e l’ingegno, in cui compare, tra l’altro, un narratore di secondo grado (la nonna).
E, parlando di Sicilia, quali sono i due maggiori novellieri della ricchissima letteratura dell’isola? Verga e Pirandello.
Del primo Chinnici riprende certi andamenti stilistici, la presentazione ex abrupto dei personaggi in taluni racconti, a volte il discorso indiretto libero, la coralità di cui dicevamo sopra, tipica de I Malavoglia.
La presenza del secondo nel nostro autore, che è anche scrittore drammaturgico, si avverte appunto proprio nella teatralità di certe scene, nei dialoghi, nelle riflessioni dei personaggi. Jettatura ricorda alla lontana, se non altro per l’argomento centrale, La patente del genio girgentano, e tutta la vicenda narratavi è facilmente trasportabile in una
rappresentazione teatrale. Non è pirandelliana la denuncia dell’ipocrisia dei rapporti sociali ne L’amore dei due fratelli? L’enigmatica Iana non è simile alle ermetiche novelle, esistenzialiste, dell’ultimo Pirandello?
E lo stesso rapporto autore-personaggi, esplicitato nella Prefazione, ci riporta allo scrittore di Agrigento:
«[…] uno come me, abituato a scrivere, invece, su personaggi nati dalla propria mente che non hanno né tempo, né dimora. Per loro mi trovo ad essere tutto: “madre” in quanto li ho partoriti, padre per aver indicato loro la giusta via, o, meglio, quella a me più congeniale».
Paesaggi da fiaba
Ma, andando a cercare le ascendenze più remote e archetipiche, nei racconti di Chinnici troviamo la fiaba, vale a dire la base ancestrale della narrativa, con la costante presenza del magico, dell’incantato, della vicenda iniziatica (Il frutto del senno).
Si ammiri questo straordinario paesaggio fiabesco (Il paese delle favole):
«Vedevo, in quell’azzurro profondo, una valle incantata: vasti prati fioriti, dai colori stupendi, e un rigagnolo d’acqua che scendeva lento da pendii rocciosi, formando tantissime cascatelle e dando musica ad un melodico gorgoglio che mi trascinava sempre più lontano. M’accorsi di un albero che sovrastava la valle; mi avvicinai e vidi che aveva degli strani frutti… sembravano sorbe; sì, proprio così, sorbe. Tanta gente era lì indaffarata a raccoglierne grosse manciate… qualcuno prendeva il frutto e lo metteva in bocca assaporandoselo».
E, ancora, sempre tratta da Il paese delle favole, molto suggestiva, nella sua soffice e avvolgente magia, nel suo ritmo che la rende simile a una poesia, è la seguente descrizione:
«La campana della chiesa suona l’Ave Maria trascinandomi fuori dal piccolo borgo. Il sole è da poco tramontato e si vedono i comignoli fumare; nell’aria si sente l’odore di caldarroste, mentre la nebbia scende lenta, incappucciando la cima dei monti e avvolgendo in un fascino misterioso questo piccolo paese delle favole».
E l’episodio dell’albero ne L’amore dei due fratelli ci riporta addirittura alla Bibbia e a re Salomone.
Tematiche e personaggi
Abbiamo cercato di individuare alcune tipologie dei racconti di Chinnici e, quindi, di suddividerli in cinque sezioni. Ovviamente, spesso le tipologie sono miste, nel senso che nella stessa novella possono riscontrarsi più tematiche.
Comunque, semplificando: nella sezione I richiami della memoria, alla quale si potrebbe aggiungere la stessa Prefazione, leggerete alcuni racconti incentrati sul recupero del passato, luminescenza lontana eppure calda e avvolgente. Ne I miracoli dell’anima, improvvise epifanie danno il senso della vita, della morte, delle scelte importanti, degli affetti, illuminando tutto con adamantina chiarezza. La sezione Il fascino della fiaba travalica la realtà per pervenire al meraviglioso e all’irreale, abbagliante e musicale come una danza enigmatica. Ne Il piacere di narrare l’espansività fabulatoria dell’autore si effonde in tutta la sua ricchezza e vivacità irrefrenabile. Infine, i Racconti morali hanno l’obiettivo di denunciare le malvagità, le stupidità, le manie degli umani, offrendo, però, anche, tra gli interstizi narrativi, un insegnamento positivo.
A sostanziare le tematiche, una moltitudine di personaggi.
Appartenenti prevalentemente al popolo, sono anche di vario livello sociale:
semplici lavoratori della terra o piccoli possidenti; altolocati, come ne Il sorriso della felicità o Il sapore delle cose semplici, o, addirittura, indefiniti, come in alcune storie fiabesche.
Le tecniche narrative
Chinnici è bravo nell’usare diverse tecniche narrative. Dal lirismo di Iana, al racconto entro il racconto, come ne L’ignoranza e l’ingegno, nel quale l’ambiente della nonna e dei bimbi è avvolto entro ovattate, vibratili, intimità, mentre il secondo livello narrativo presenta uno svolgimento mosso e imprevedibile, attraverso traiettorie centrifughe, illusorie e sfuggenti.
Dalla presenza del narratore interno non protagonista (L’amore dei due fratelli), alla prevalenza del dialogo (C’è sempre da imparare).
Particolare è l’uso molto frequente del punto e virgola.
Il siciliano, anche quando non vengono usati alcuni termini dialettali, è presente in alcune movenze stilistiche, in certa sintassi, negli stessi dialoghi dei personaggi.
Tuttavia, per concludere, possiamo certamente riprendere una delle annotazioni iniziali: la caratteristica principale dello scrittore è il piacere del narrare, con un brulicante scorrere di personaggi e di storie, l’intrecciarsi delle trame entro una mobilissima ottica narrativa, un arioso sospiro di favola e di umanità.

Audio-cliccare per ascoltare-"E lucean le stelle"-Tosca-Puccini
Trama
Roma, giugno 1800. Nella Chiesa di Sant’Andrea della Valle, Cesare Angelotti, ex-console dell’ormai caduta Romana Repubblica, evaso dalle carceri di Castel Sant’Angelo, cerca rifugio nella Cappella Attavanti. Entrano in chiesa il sagrestano e il pittore Mario Cavaradossi: il giovane sta lavorando ad un’immagine di Maria Maddalena che ricorda nei tratti proprio la Marchesa Attavanti. Credendo di essere solo, Angelotti esce dal suo nascondiglio e viene soccorso da Mario, che condivide i suoi ideali rivoluzionari. Il loro colloquio è interrotto dall’arrivo di Floria Tosca, cantante d’opera e innamorata del Cavaradossi. Angelotti si nasconde nuovamente mentre Tosca, vedendo il ritratto, fa una tremenda scenata di gelosia. Mario riesce a tranquillizzarla dandole appuntamento nella sua villa per trascorrere insieme la serata e Tosca si congeda con un bacio. Mario concorda quindi con l’Angelotti un piano per lasciare lo Stato, e i due escono insieme.
Informati della sconfitta di Napoleone, il sagrestano, chierici, allievi e cantori irrompono in chiesa e intonano felici il Te Deum per festeggiare la presunta vittoria austriaca di Marengo. Nel frattempo, l’evasione di Angelotti è stata scoperta e il crudele Barone Scarpia, capo della polizia papale, giunge in chiesa sulle tracce del prigioniero. Da alcuni indizi Scarpia si convince che Cavaradossi ha aiutato l’evaso, e quando Tosca entra in chiesa, decide si suscitare abilmente la sua gelosia per trarne informazioni utili. Le mostra quindi il ventaglio della Marchesa Attavanti, trovato vicino ai colori di Mario, e poi finge ipocritamente di rassicurarla. Su tutte le furie, Tosca lascia la chiesa e Scarpia ordina al suo agente Spoletta di pedinarla.
Mentre Scarpia sta cenando nelle sue stanze di Palazzo Farnese, giunge Spoletta, che ha seguito Tosca fino alla villa del Cavaradossi e, non trovando l’Angelotti, ha deciso di trarre con sé il pittore. Scarpia manda un biglietto d’invito a Tosca, di cui si ode l’esibizione nella Sala della Regina di Napoli, e fa entrare Mario, il quale protesta per il trattamento subito. Dopo un’iniziale studiata gentilezza, Scarpia interroga serratamente il Cavaradossi, ma Mario nega di aver veduto e aiutato Angelotti. Irrompe Tosca, che corre ad abbracciare il giovane innamorato e gli assicura di voler tacere. Mario viene però condotto nella camera delle torture e, udendo i suoi gemiti, Tosca confessa infine che Angelotti si nasconde nel pozzo della villa. Mario, sanguinante, viene ricondotto davanti a Scarpia e rimprovera aspramente Tosca per il suo tradimento.
All’annuncio della sconfitta napoleonica a Marengo, Mario non cela la sua gioia e viene immediatamente condannato a morte per alto tradimento. Tosca implora Scarpia di salvarlo, ed egli le propone di darsi a lui in cambio della vita di Mario. La giovane è inorridita, ma infine accetta. Giunge Spoletta, che annunzia che Angelotti si è ucciso e che tutto è pronto per il Cavaradossi. Su insistenza di Tosca, Scarpia ordina a Spoletta di allestire una simulazione con i fucili caricati a salve, e l’agente esce. Tosca chiede al Barone un salvacondotto affinché lei e Mario possano lasciare Roma. Mentre Scarpia scrive, la giovane si impossessa di un coltello lasciato sul tavolo e, mentre l’uomo cerca di abbracciarla, lo uccide, sconvolta dall’odio. Poi pone accanto al cadavere due candelabri e sul petto un crocifisso, ed esce.
In attesa della fucilazione, Cavaradossi rimpiange i momenti d’amore trascorsi con Tosca. La giovane sopraggiunge, gli mostra il lasciapassare e infine gli confessa l’omicidio. Poi gli spiega come fingere durante la messinscena della fucilazione, a cui assiste come ad una recita. Tutto sembra andare per il verso giusto, ma ben presto Tosca si rende conto che il suo amato è stato davvero ucciso e, al sopraggiungere delle guardie, si getta disperata dal baluardo.

Primaticci profumi
Nelle sere estive
ruffiana e complice
l'aria libera della montagna
fa viaggiare sulle ali dei sogni
al lume di luna tra il verde
delle vigne incupite
che parlano di dolcezze inedite.
Nuove emozioni
s'elevano dal profondo,
trasognante e astratta
m' inebrio di primaticci profumi.
Le ombre prendono
chimerici aspetti
e avvolgono l'esistenza.
© Eleonora Ruffo Giordani
18/10/05


Un Filosofo - Gioacchino Assereto
(Genova 1600-1649)
Categoria: olio su tela

Audio-cliccare per ascoltare-"Siciliano" Bach



PAGINA DEDICATA
AL POETA ,SCRITTORE
SICILIANO
ROCCO CHINNICI



Rocco Chinnici, nato il due Settembre del 1947 a Belmonte Mezzagno, un paesino di circa diecimila abitanti, dedito all'agricoltura (olio di primissima qualità) e alla pastorizia (si produce un ottimo caciocavallo e del buon pecorino). Il paese, disteso in una vallata, è circondato dai monti che sovrastano Palermo, sembra, come un bimbo in una culla, dormire beato un lunghissimo sonno.
L'attività letteraria di Rocco Chinnici, comincia in piena età giovanile con la stesura di numerose poesie scritte in lingua italiane e in dialetto siculo. Si tratta di componimenti in cui le numerose immagini idilliache e le metafore si intrecciano con un forte impegno di carattere sociale, argomento centrale che li accomuna pur nell'infinita diversità dei temi. Questi componimenti hanno riscosso il dovuto successo se si tiene conto dei numerosi riconoscimenti tributati in occasione di varie manifestazioni culturali tenutesi in diverse zone della Sicilia: Vittoria (SR), Carini (PA) e così per tanti altri paesi.
Accanto a questa venatura poetica, R.C. vanta uno spiccato talento teatrale che gli ha permesso non solo di comporre una quindicina di opere (tra cui commedie e drammi) ma di essere anche il regista che ha permesso l'effettiva realizzazione di alcune di esse.
A circa 30 anni, R. scrive il suo primo dramma dal titolo "il seme del male" , il cui successo ha solidamente inaugurato la sua futura attività. Da allora, infatti, R. ha continuamente mantenuto questo amore e questo interesse per il teatro che lo ha portato a rappresentare anno per anno, in diverse zone della Sicilia, le proprie e gli scritti di altri geni. Leggendo le sue opere possiamo rintracciare degli elementi salienti che sono proprio del genio che le ha composte. Si tratta di valori fondamentali come la famiglia, le tradizioni, la lotta contro la mafia. Ancora oggi R. continua a lavorare in ambito teatrale dirigendo l'associazione da lui stesso fondata: "La Bottega dei Sogni", associazione culturale a sfondo teatrale che ha tra l'altro potuto beneficiare, per la realizzazione di alcune opere, della collaborazione di grandi nomi tra cui, per tanti anni, quello del Maestro Accursio Di Leo. Inoltre R. è impegnato, oltre alla continua stesura di nuovi testi teatrali, socialmente con i disabili e i ragazzi della scuola media e gli scolari delle elementari di Belmonte Mezzagno, con i quali porta avanti un progetto noto col nome di "Laboratorio Teatrale", progetto che anche negli anni passati lo ha portato alla realizzazione di alcune opere nelle quali i bambini hanno dato prova di grande maturità.
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Video Intervista a Rocco Chinnici Poeta e Scrittore Siciliano
Bruna Italia Massara
2 min 46 sec - Jan 31, 2007
Lungo quel mio peregrinare ho incontrato tantissima gente, di spettacolo; tra cui Accursio Di Leo; che tanto ha fatto maturare in me l’arte della teatralità; da ragazzo ho avuto l’onore di cenare al Circolo Ufficiali di Palermo con il poeta Salvatore Quasimodo ed il Maestro Michele Lizzi, grande compositore ed amico, che chiudevano in quel periodo, ricordo, la composizione di: “L’amore per Galatea”.Ho conosciuto il Magistrato Rocco Chinnici, innamorato delle mie liriche che erano pubblicate sul Giornale di Sicilia. In uno di quei giorni che ci vedemmo mi raccontò l’origine del nostro casato… dei Chinnici per l’appunto. “ Devi sapere ” mi diceva - “ sbarcarono, provenienti dalla lontana Inghilterra, un gruppo di gente; non si seppe con certezza se questi venivano per commercio o per altro. Dopo tanto vagare “ – continuava a raccontare orgoglioso d’essere riuscito a risalire al proprio casato; - “ arrivarono a Sommatino (un paesino dell’entroterra fra Riesi e Canicattì). Non sapevano in paese il perché della loro venuta, il motivo insomma che li spinse a Sommatino. Erano tempi in cui la Sicilia era invasa da popoli diversi; di certo, gli abitanti del paese, capirono che l’intenzione dei nuovi arrivati era quella di rimanere a Sommatino. Il tempo passava; al Comune decisero che dovevano regolarizzare anagraficamente i nuovi ospiti, e come? Con quale nome, se nemmeno li conoscevano? E intanto che si pensava il da fare e quale nome loro assegnare, il Sindaco di quel tempo ebbe un’idea geniale, disse: <> Erano quindici, infatti, nel gruppo; ed è così che ancora oggi difatti si pronunzia, là, in quel paesino, il numero 15 “ -. Tanti personaggi ho ancora conosciuto e tutti in me hanno lasciato un indelebile segno.

http://www.sicilyfolk.it/rocco_chinnici.htm
http://www.letteratour.it/incontri/H01chinnR01.htm
http://www.balarm.it/DatabaseArtisti/CompagnieTeatrali/Vis.asp?Id=9



ALCUNE SUE POESIE




AUTUNNO
A valle tutto sveste
al vento gelido che soffia;
sui monti all'alte creste
or si rinverde l'arsa terra;
fischia il bovaro in festa
alla mandria a pascolar.
Fra il fruscio del vento
va il canto degli storni;
odonsi spari a valle
alla beccaccia in volo;
canto dei contadini in coro,
a casa volgono il riposar.

CHI SONO
Occhi allo specchio, io guardo;
mi cerco, e riflesso non v'è il mio viso.
Ch'è strano! Mi chiedo.
Scuoto lo specchio
che ladro m'appare quest'oggi.
Quand'ecco apparire
dal retro del vetro, già infranto dall'urto,
un volto pensoso;
si china; raccoglie, ricompone quel vetro
e sparisce.
Mi scuoto, son desto, mi guardo...
ch'è strano...!
E' quello il mio viso ...ricordo.

CIRASA
Arvulu ca chianci
grossi lacrimi di sangu,
dimmi: vidisti forsi
un omu ammazzari
e stai chiancennu
pi lu sò duluri?
Ti chiamanu ciràsa;
e lu libru mi dici
ca si fruttu pi manciari;
iu lu vogghiu sapìri!
Fammi cuntentu
e parra!

FIOCCA LA NEVE
Lenta scendi vanitosa,
ad imbiancare i tetti delle case,
soffice e bianca neve.
Quante carezze lievi
fai a quelle mura
che dell'estate han solo arsura.
Ai bimbi in strada
dai fantasia:
in quei pupazzi...,
che allegria!
E' la nonnina al focolare,
con tanta gioia, a raccontare:
“c'era una volta... or non c'è più”,
tutto quel “c'era” sei solo tu.

DOMENICA
Canta il gallo
al lento levar del sole.
Gloria al dì che nasce,
fan le campane in coro.
E le pie vecchiette,
curve
al peso dei tant'anni,
destansi al dì festoso;
pregando in chiesa Iddio
in quel giorno di riposo.

LA VITA CHE SCORRE
Passando, un dì,
la vidi pensosa,
guardare nel vuoto,
la vecchietta cent'enne.
Il viso suo,
a me, apparìa sereno;
mi fermai a guardar…
lei, nulla!
Solo il vuoto aveva davanti;
rimuginava la sua mente
i ricordi, lontani, lontani
che furono;
s'accorge di me che la guardo…
e in quel viso increspato
emerge un sorriso ondulato.
Io me ne vò sui miei passi,
continuando sì lunga strada;
passi, su passi…
…Poi, mi giro a guardare... nulla!
solo il vuoto m'appare.
Sui miei passi ritorno pensoso;
quand’ecco, pian piano,
in quel vuoto apparire
lo sguardo sereno
della vecchietta lontano che fu.

I SUOI LIBRI


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A Palermo lo trovi presso la Libreria Flaccovio in via Ruggero Settimo

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ROCCO CHINNICI
